Giovedi, 17 Maggio 2012

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Alimentari

SPESA ALIMENTARE: AL SUD PREZZI PIÙ CONVENIENTI, MA ANCHE AL NORD CI SONO POSSIBILITÀ DI RISPARMIO

solespesa1901.gifLa spesa degli italiani al supermercato continua ad essere mediamente meno cara a Sud. È quanto emerge dall’elaborazione de “IlSole24Ore” sui dati dell’Osservatorio del Ministero dello Sviluppo Economico, riferiti allo scorso novembre. Le rilevazioni hanno riguardato un paniere di 20 diversi prodotti alimentari di prima necessità, tra cui pane, latte, carne e pasta, ovvero la spesa media condotta dai cittadini italiani al supermercato. Sulla base dei dati relativi ai prezzi di questi prodotti rilevati nei supermercati di 60 capoluoghi di provincia, sono state poi evidenziate le differenze di costo tra le varie città italiane.
Secondo l'indagine la città dove, in media, risulta più conveniente fare la spesa è Potenza, dove il paniere in questione viene a costare in un anno 2.926 euro per famiglia. Al contrario e Rimini la città più cara dal punto di vista degli acquisti alimentari: 4.151 euro annui per nucleo familiare (ben il 41,86% in più).
E’ il secondo anno di fila che la città romagnola occupa il poco invidiabile primato della “spesa più cara” d’Italia, mentre Potenza di colloca per la prima volta come città più conveniente per l’acquisto di alimentari, superando Napoli che nel 2009 ha potuto vantare questo primato.
Come detto le differenze di prezzo tra Nord e Sud rimangono evidenti in questo settore, c’è da aggiungere tuttavia che questa è la naturale conseguenza di un potere d’acquisto inferiore da parte dei cittadini meridionali. In più nel Mezzogiorno, le catene distributive sono state costrette ad attivare promozioni di importante entità in modo da rilanciare i consumi, fortemente frenati dalla crisi economica (più che nel resto d'Italia).
Non è solo a Sud, tuttavia, che è possibile acquistare alimenti a prezzi convenienti.

 

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DALL'EUROPA IN ARRIVO IL PACCHETTO QUALITÀ: NUOVE NORME PER LA CERTIFICAZIONE DEI PRODOTTI AGRICOLI

pacchettoqualitaue1312.gifLa Commissione Europea ha attivato il “Pacchetto Qualità” dei prodotti agricoli, un unico provvedimento che si pone l’obiettivo di migliorare la qualità dei prodotti venduti attraverso dei nuovi criteri di certificazione, delle descrizioni più dettagliate delle proprietà dell’alimento ed anche delle nuove normative riguardanti la vendita. Una serie di fattori che dovrebbero dunque garantire al consumatore un prodotto di qualità migliore anche in maniera indiretta, dunque favorendo l’attività degli agricoltori.
Proprio per quest’ultimo fine, la Commissione Europea ha fissato come prossimo obiettivo quello di fornire alle piccole realtà imprenditoriali nel campo agricolo un sostegno che favorisca la loro partecipazione a sistemi di qualità. È noto, infatti, che i piccoli produttori sono spesso tagliati fuori da simili organizzazioni e non di rado hanno anche delle difficoltà oggettive nel commercio dei propri prodotti, basti pensare agli agricoltori di montagna.
Il “Pacchetto Qualità” per i prodotti agricoli europei rappresenta il risultato di 3 anni di consultazioni da parte dell’Unione Europea e si compone sostanzialmente di diversi punti fondamentali: anzitutto, la proposta di un regolamento che prevede dei nuovi parametri di qualità per garantire nel territorio comunitario dei prodotti genuini, anche rafforzando il riferimento per le denominazioni di origine (DOP) le indicazioni geografiche protette e (IGP) e le specialità tradizionali garantite (STG). Vi sarà inoltre l’opportunità per il produttore di specificare una serie di informazioni facoltative, che potrebbero tuttavia essere molto rilevanti per il consumatore ed evidenziare dunque la qualità del prodotto.
Anche dal punto di vista commerciale, come accennato, il “Pacchetto Qualità” prevede l’introduzione di nuove norme, tra cui l’obbligo di indicazione del luogo di produzione. Allo stesso modo saranno adottati orientamenti maggiormente favorevoli alle pratiche di certificazione volontaria, considerate positive, così come l’inserimento di ulteriori indicazioni di provenienza geografica.


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RAPPORTO ETICHETTATURA DI PRODOTTI ITTICI E ORTOFRUTTICOLI NEI MERCATI: POCHISSIMI I BANCHI A REGOLA

mdcmercatirionali0512.gifMDC, Movimento Difesa del Cittadino, ha realizzato un’indagine relativa all’etichettatura dei prodotti ortofrutticoli ed ittici nei mercati rionali italiani, facendo emergere un dato che deve necessariamente mettere in guardia i consumatori. Sono pochissimi, infatti, i venditori che in questi due settori alimentari rispettano le normative di etichettatura vigenti, precisamente appena 2 su 10 nel mercato ortofrutticolo e 3 su 10 per quanto riguarda quello ittico. Alla convenienza che possono offrire i mercati rionali, dunque, si contrappone una minore trasparenza circa gli alimenti venduti e la loro provenienza.
Il Rapporto di Movimento Difesa del Cittadino è stato realizzato sulla base di dati rilevati nello scorso mese di novembre, su un campione di 450 banchi appartenenti ad 8 diverse regioni italiane: Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche e Toscana.
Per quanto riguarda l’ortofrutta, la regione più virtuosa tra quelle censite è stata la Lombardia, dove ben il 92% dei banchi riportava sugli alimenti le etichettature previste per legge, primato negativo invece per la Calabria, con appena il 13% di banchi a norma. Nel comparto ittico, la regione con più banchi che forniscono al cliente le etichettature previste per legge è la Liguria, con la percentuale dell’80%, anche in questo settore la maglia nera tra le regioni campione spetta alla Calabria dove addirittura non è stato riscontrato nessun banco in regola.
L’informazione più presente nelle etichettature è il prezzo, riscontrato nell’83% dei banchi di ortofrutta e nell’80% dei banchi di pesce, mentre sono molto carenti altre informazioni che la legge impone di specificare, come ad esempio l’origine dei prodotti, presente in appena 4 banchi su 10.
Altrettanto scarsa la diffusione, nelle etichette, della categoria per quanto riguarda l’ortofrutta, con una percentuale del 28% e del metodo di produzione dei prodotti ittici (43%).

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OGNI FAMIGLIA ITALIANA BUTTA NELLA SPAZZATURA IN MEDIA 515 EURO, IL 9% DEL TOTALE DELLA SPESA

adocspazzarifiu2611.gifPiù Volte su Blogrisparmio ci siamo occupati di sprechi nella spesa alimentare, segnalando come nel nostro Paese viene sprecata ogni anno una quantità di cibo tale da poter nutrire 44 milioni di persone (l'intera popolazione della Spagna) per un valore che ammonta a circa 37 miliardi di euro, (il 3% del PIL). Oggi torniamo sull'argomento per segnalare la denuncia dell'associazione dei consumatori Adoc, che in occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (20-28 novembre ndr) ha rilanciato il tema degli sprechi alimentari. Secondo un'indagine dell'associazione ogni famiglia italiana butta ogni anno nella spazzatura, in media 515 euro, pari al 9% della spesa totale effettuata.
Sul totale della spesa sprecata quasi un quinto (il 23,10%, pari a 119 euro) finisce nel cassonetto durante le feste: 50 euro a Natale (9,7% del totale), 20 euro a Capodanno (3,89%), 38 euro a Pasqua (7,37%) e 11 euro nelle altre feste (2,13%).
Secondo il presidente dell'Adoc, Carlo Pileri, cestinare il 9% della spesa alimentare annua è: “un lusso che non possiamo più permetterci” , anche se, rileva come rispetto allo scorso anno la somma totale sprecata sia diminuita dell'8,9% (erano 561 euro nel 2008). Un dato che con tutta probabilità dipende anche dagli effetti della crisi sui consumi che secondo l'Istat sono calati del 2,9%, mentre la riduzione della spesa è stata secondo la Cgia di Mestre di 516 euro all'anno a famiglia.
L'Associazione punta il dito soprattutto contro le esagerazioni durante le feste, come Natale e Capodanno, dove una più attenta considerazione del cibo permetterebbe di risparmiare abbastanza denaro per fare la spesa per altre due settimane.
In tema di sprechi secondo l'indagine dell'Adoc, il 37% dei prodotti che si buttano via sono quelli freschi, seguita dal pane (19%), da frutta e verdura (17%) e da affettati (9%). Crescono del 2% nell'ultimo anno gli sprechi
dei prodotti in busta (8% del totale), mentre rimangono stabili gli sprechi di pasta (4%), scatolame (3%) e surgelati (3%). Per l'associazione il motivo principale per cui si spreca è l’eccesso di acquisto generico (36% del totale), sebbene sia in calo del 3% a confronto con l’anno passato.

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I CONSUMI ALIMENTARI DEGLI ITALIANI CONTINUANO A CALARE, CRESCE IL RICORSO AI DISCOUNT E L’EXPORT

ciaconsumiexport2611.gifCIA, Confederazione Italiana Agricoltori, ha svolto in collaborazione con Ismea un’indagine relativa ai consumi alimentari delle famiglie  italiane evidenziando come le famiglie continuino tutt’oggi a tagliare le spese per l’acquisto del cibo.
Nei primi 3 mesi dell’anno 2010 i consumi alimentari degli italiani avevano fatto registrate un leggero incremento (+0,8%), suscitando molto entusiasmo su una possibile ripresa dei consumi dei cittadini. In realtà dopo questo trend positivo i dati hanno fatto registrare un nuovo stallo, con una calo dei consumi nel periodo aprile-giugno (secondo trimestre) dello 0,8% e della spesa del 2,8%. Dati negativi che sono stati confermati anche nel terzo trimestre dell'anno con un calo dei consumi su base annua dello 0,4%. Complessivamente, dunque nei primi 9 mesi del 2010 si è registrato un calo rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente pari allo 0,2% in termini quantitativi e pari all’1,3% in termini di spesa. Le previsioni per l'intero 2010 parlano di una flessione complessiva dei consumi tra lo 0,3% e lo 0,5%.
I dati hanno confermato delle importanti riduzioni dei consumi di alimenti quali la carne bovina (-4,9% sulla base dei tre trimestri), la pasta di semola (-2,4%), il pane (-2,3%), i vini Doc, Docg, Igt e comuni (-1,8%) ortaggi e legumi freschi (-1,7%).
Trend di crescita si sono invece registrati per i seguenti prodotti: ortaggi di IV gamma (+10,2%), sostituti del pane (+3,8%), yogurt (+3,5%), latte fresco (+3,2%) prodotti per la prima colazione e dolciumi (+2,9%), pollo (+2,7%) e l’olio extravergine d’oliva (+24%).
Dall'analisi dei dati emerge anche come gli italiani hanno ridotto non solo la quantità di cibo consumato, ma anche la qualità, comperando alimenti con una spesa complessiva più bassa. Nello specifico, secondo una recente indagine della stessa Cia il 36% delle famiglie è stato costretto a scegliere, per via delle difficoltà, prodotti di qualità inferiore, mentre il 32% compra solamente prodotti in promozione.

 

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