La data di scadenza sull’etichetta può essere lo spartiacque che distingue tra i prodotti buoni e quelli avariati? Non sempre. L’opinione pubblica si scandalizza (giustamente) ogni volta che viene lanciato l’allarme su prodotti scaduti non ritirati dal commercio: l’ultimo in ordine temporale è stato il caso della carne confezionata che, una volta scaduta, veniva venduta come fresca sul bancone presso alcuni supermercati di una nota catena della grande distribuzione.
La politica del supermercato non è sicuramente corretta ma va detto che non sono state segnalate controindicazioni nelle condizioni di salute di chi ha mangiato la carne incriminata o intossicazioni alimentari di alcun genere.
Questo ci suggerisce che è fondamentale leggere la data di scadenza con la giusta elasticità mentale: a dirlo non sono i produttori di generi alimentari (sicuramente interessati a vendere il prodotto) ma la Federazione romanda dei consumatori (FRC).
In Europa ad esempio la Svizzera è uno dei Paesi più rigido in tema di scadenze: sugli stessi prodotti queste risultano anticipate rispetto alla media europea. Questo comporta peraltro lo spreco di molte scorte di prodotti alimentari che sarebbero ancora commestibili. Secondo le ultime stime nella Confederazione elvetica vengono gettate ogni anno nella spazzatura circa due milioni di tonnellate di cibo scaduto ma non avariato. La proposta della FRC sarebbe quella di eliminare la data limite di vendita e quella consigliata per il consumo (si legge spesso “da consumarsi preferibilmente entro”) che rischiano di fuorviare il consumatore, e di mantenere solo quella di scadenza vera e propria.
Ad analoghe conclusioni si è arrivati in Inghilterra, dove l’etichetta “sell by”, ossia quella relativa alla data ultima di vendita, è già stata eliminata. Una recente ricerca inglese condotta dalla WRAP, ha rilevato che quasi il 50% dei consumatori confonde le tre etichette e getta quindi alimenti ancora integri.
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