La Germania si conferma all’avanguardia dell’innovazione tecnologica, anche per quanto riguarda le energie rinnovabili e i biocarburanti. Stupisce e fa bene sperare (è un ottimo esempio per gli altri paesi) l’iniziativa realizzata a Stoccarda dal Fraunhofer Institute for Interfacial Engineering and Biotechnology (IGB). I ricercatori dell’istituto tedesco hanno “scoperto” il modo di trasformare frutta e verdura in energia. La fermentazione di pomodori, lattuga, ciliegie e quant’altro produce infatti biogas, che, compresso e sistemato in bombole, diventa un ottimo biocombustibile, utilizzabile per un gran numero di situazioni.
L’ingegnere Ursula Schließmann, capo del dipartimento IGB, ha spiegato nel corso di una conferenza di presentazione: “I rifiuti contengono molta acqua ed una percentuale bassissima di lignocellulosa, quindi sono molto adatti per la fermentazione rapida”
Il progetto prende il nome di ETAMAX ed è ad uno stadio avanzato.
Già oggi è presente un impianto adiacente ad un grande mercato ortofrutticolo all’ingrosso. Il progetto è ancora alla fase pilota, ma tutti gli indizi rivelano la possibilità di utilizzare il sistema su larga scala, coinvolgendo non solo mercati, ma mense universitarie, bar, pub. Insomma, tutti quei locali in cui si si sprecano frutta e verdura.
Il problema principale del progetto ETAMAX è che i carichi di frutta e verdura presentano differenze tra un giorno e l’altro. Può capitare che un giorno ci siano più agrumi (che hanno più acidità) e che il giorno seguente, invece, abbondino lattughe e cicorie. Questo potrebbe apparire come un dettaglio irrilevante; così non è: se la composizione totale delle sostanze cambia, va regolato il Ph. Per fortuna, le materie prime, prima di essere mandate a fermentare, passano per un sito di stoccaggio che calcola in automatico la quantità di Ph, facilitando dunque la gestione di questo parametro.
Dietro Etamax, oltre al talento del dal Fraunhofer Institute for Interfacial Engineering and Biotechnology, c’è anche la mano del governo tedesco. E’ lui infatti che ha sostenuto il progetto, in primis foraggiandolo con un finanziamento da fare invidia ai ricercatori italiani: sei milioni all’anno per quattro anni. I risultati si vedono e sono eccellenti.
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CREDIT
jalb
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