Forse si è giunti finalmente ad una svolta nella ricerca di una cura contro l’Alzheimer. Infatti sembrerebbe che un noto farmaco usato da anni contro i tumori provocherebbe un’inversione dei classici sintomi della malattia degenerativa. Per ora, l’unica sperimentazione è stata fatta solo sui topi, che comunque stanno ‘rispondendo bene’ a questa cura sui generis.
I risultati sono stati pubblicati nella rivista Science e sono giudicati più che promettenti sia dall’equipe che sta portando avanti la sperimentazione che dal mondo della ricerca scientifica in generale.
Il merito è tutto di Gary Landreth (afferente al Case Western Reserve School of Medicine) e del suo team. Sua è stata l’intuizione di utilizzare il bexarotene, un farmaco, approvato nel 2001 dalla Food and Drug Administration, impiegato per far regredire i tumori.
Il bexarotene aumenta a dismisura l’espressione dell’Apoliproteina E, detta anche Apo E. Quest’ultima funge da ‘spazzino’ delle placche neurologiche tipiche dell’Alzheimer (causate dall’eccesso di proteine beta amiloidi). L’efficacia del farmaco ha stupito gli stessi scienziati: i sintomi della malattia, in special modo i deficit di memoria subiscono una regressione, fin quasi a scomparire e, soprattutto, in un arco di tempo relativamente molto breve. A sei ore dalla somministrazione, le placche diminuiscono del 25%. Dopo 72 ore, invece, la diminuzione supera il 50%.
Le speranze attorno a questa svolta inaspettata sono molte. Addirittura, Paige Cramer, della Case Western Reserve School of Medicine, parla di “scoperta senza precedenti”. E aggiunge: “In passato il miglior trattamento per la malattia di Alzheimer nei topi aveva richiesto diversi mesi per ridurre le placche nel cervello”.
Ad ogni modo, non sembra che la strada da percorrere per gli scienziati capitanati da Landreth sia particolarmente tortuosa. In verità, il bexarotene, principio attivo del farmaco, non presenta controindicazioni tali da impedire un uso massiccio nella sperimentazione sugli umani.
Insomma, si respira aria di speranza. Forse la ricerca è a un passo dalla risoluzione di una piaga che ha costi, oltre che morali e psicologici per le famiglie dei malati, anche per la società. Il morbo, come si sa, colpisce gli anziani. Proprio nei paesi industrializzati d’Occidente (ma anche in Cina) il numero di over 65 affetti da Alzheimer sta aumentando a un ritmo considerevole ed è destinato ad aumentare. Particolarmente grave si preannuncia la situazione negli Stati Uniti: già in questo momento sono affette da Alzheimer quasi 5 milioni e mezzo, ma si prevede che per il 2050 il numero sarà quadruplicato. In proporzione, l’Italia non se la passa assai meglio: nel Bel Paese gli anziani colpiti da questa particolare forma di demenza senile sono circa 800 mila.
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