Martedi, 16 Ottobre 2018

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Concorrenza: in Italia Più Della Metà Del Mercato Non È Liberalizzato


liberalizzazioni, concorrenza, crescita economica

Ci siamo occupati spesso, in questi giorni, di mancata crescita, citandola come uno dei principali problemi della nostra Economia, soprattutto alla luce dell'enorme debito pubblico che ci portiamo dietro. Ma perchè l'Italia nonostante sia uno dei Paesi a maggiore tradizione industriale cresce così poco? Le risposte possibili a questa domanda sono molteplici, dalla pressione fiscale troppo elevata, al basso tasso di investimento, passando per gli sprechi nella gestione della spesa pubblica. Una delle cause più spesso citate riguarda il basso livello di liberalizzazione della nostra Economia, da sempre “pensata” per proteggere gli interessi di quella o quell'altra categoria, senza badare all'interesse comune e quindi allo sviluppo di maggiore concorrenza.

A fare il punto sul livello di apertura del mercato italiano ci ha pensato l'annuale pubblicazione dell'Istituto Bruno Leoni (IBL) con l' “indice delle liberalizzazioni 2011indice delle liberalizzazioni 2011” , secondo il quale meno della metà dell'economia italiana può dirsi sostanzialmente liberalizzata (il 49%). Il dato che scaturisce dall'analisi di 16 settori dell'economia italiana in relazione ai corrispettivi comparti dei Paesi più liberalizzati d'Europa, descrive il nostro Paese, sostanzialmente, come fermo sul fronte delle liberalizzazioni. Il dato raggiunto nel 2011, infatti, (49% del mercato libero) è solo di un punto percentuale superiore a quello dello scorso anno e allo stesso livello del 2009, mentre negli ultimi cinque anni l'indice è salito di 2 soli punti.
Tra i settori analizzati solo 7 risultano liberalizzati per almeno il 50% del mercato con in testa il mercato elettrico con un indice del 72%, in crescita di un punto percentuale rispetto allo scorso anno e di 9 negli ultimi cinque anni, seguito dal settore dei servizi finanziari con il 69%, in salita di 5 punti sul dato 2010 a causa della contrazione delle attività finanziaria del mercato di riferimento (la Svizzera). Al terzo posto, strano ma vero, troviamo il settore televisivo con una percentuale di liberalizzazione del 62%, in calo di 3 punti percentuali a causa del miglioramento del benchmark di riferimento (Spagna). A pari merito con il settore televisivo troviamo quello del Gas, con un indice del 62% e in rapida crescita rispetto al 48% del 2007 e al 55% del 2010, soprattutto per l'avvio dei rigassificatori e per la “scelta” , fortemente sollecitata dall'Autorità per l'Energia e il Gas di Eni di cedere i gasdotti TAG, TENP e Transitgas.

Valori superiori alla media sono stati raggiunti anche dal trasporto aereo, con un indice di liberalizzazione del 62%, dal mercato del lavoro (60%) e dal fisco (56%).
Dall'altra parte i settori peggiori sono quello dei servizi idrici, con un indice di liberalizzazione del 19% , in crescita di due punti sul 2010, le autostrade con il 28% e i trasporti ferroviari con il 36%, in calo di cinque punti rispetto allo scorso anno. Salendo troviamo il settore della Pubblica Amministrazione con un misero 39%, il settore delle telecomunicazioni (42%), il trasporto locale con il 44% e il mercato dell'arte con il 45%.
Sotto la sufficienza troviamo il settore degli ordini professionali (47%), che potremmo definire l'emblema di quest'Italia corporativa, visto il putiferio suscitato quando, in sede di stesura della manovra finanziaria, si è tentato di togliere l'esame di stato per commercialisti e avvocati.
Lo stesso risultato viene raggiunto anche dal settore postale (47%), in crescita di sei punti rispetto allo scorso anno, grazie alla liberalizzazione del settore (fortemente sollecitata dall'Europa), che abbiamo visto essere però troppo timida.

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