Esistono rischi di infiltrazione mafiosa nel settore delle energie rinnovabili ed in particolare nell'Eolico. A sollevare la questione è stato il Cnel (Consiglio Nazionale Energia e Lavoro) che ha condotto uno studio specifico in materia al fine di poter verificare quali possono essere le falle che consentirebbero alle organizzazioni mafiose di infiltrarsi nel settore dell'energia eolica.
Partiamo dai dati. Il mercato europeo dell'eolico, secondo le stime, dovrebbe crescere da qui al 2015 del 52%, passando dai 96GW del 2011 ai 146 GW del 2015, con investimenti stimabili in almeno 68 miliardi di euro. In Italia il settore dell'eolico coinvolge complessivamente 374 comuni e 487 impianti per una produzione di 9 Twh, con una potenzialità produttiva di 6,2 GW e che offre impiego ad oltre 28 mila addetti.
Numeri di per sé significativi che vedono il nostro Paese al sesto posto al mondo per la produzione di energia proveniente dal vento e che potrebbero aumentare da qui al 2020.
In questo scenario il Cnel sottolinea come gli impianti siano concentrati principalmente nelle regioni meridionali (per ragioni di maggior ventosità), con il 98% della potenza installata e l'84% del parco impianti. L'Istituto sottolinea che non vi è relazione diretta tra Mezzogiorno e criminalità mafiosa, tuttavia esiste il rischio a causa del forte “controllo ambientale” esercitato dalla criminalità organizzata, specie nel settore dei rifiuti, dei lavori edili e delle attività commerciali.
I rischi dell'infiltrazione mafiosa possono scaturire soprattutto dalla concentrazione degli impianti in superfici relativamente ridotte e dalla scarsa esperienza e limitata dotazione di personale degli uffici tecnici chiamati a dare i permessi. Le possibilità di contrasto partono invece dal potenziamento delle indagini patrimoniali fino alla completa tracciabilità delle risorse assegnate, grazie ad una migliore integrazione delle informazioni presenti nelle banche dati delle forze di polizia e della pubblica amministrazione. Il Cnel ritiene utile anche l'obbligo di certificazione antimafia esteso a tutti i soggetti interessati e ai familiari conviventi, con la possibilità per i Prefetti di avere a disposizione l'arma della “interdittività atipica” che consente loro di rifiutare il certificato anche solo per semplici sospetti. L'Italia dovrebbe inoltre ratificare il principio del “traffico di influenza” (trading in influence) previsto dalla Convenzione internazionale europea anticorruzione del 1999 e che prevede sanzioni per chi riceve tangenti per far acquisire benefici da un pubblico ufficiale, comportandosi da intermediario. Una scelta che avrebbe risultati in tantissimi ambiti del sistema economico italiano, visto l'alto livello di corruzione presente.
Infine il Cnel sottolinea come i tempi lunghi della burocrazia e della realizzazione dei progetti costituiscano le maglie larghe in cui le organizzazioni mafiose possono inserirsi. Basti pensare che in Germania e Spagna un progetto si concretizza in 6 mesi mentre in Italia servono anche 5 anni.
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