L'attività estrattive rappresentano un
settore chiave dell'economia italiana, perchè accompagna elementi del tessuto produttivo come l'edilizia e le infrastrutture e
incrocia alcuni marchi di punta del made in Italy, come quelli della
ceramica e dei materiali pregiati. Inoltre è un settore che
interessa fortemente il paesaggio, andando spesso a modificare il
territorio e ad aumentare l'impatto ambientale. Nonostante tutti
questi elementi di rilievo e d'analisi, dell'attività estrattiva,
un settore dove i guadagni sono miliardari a fronte di pochi euro
lasciati al territorio non si interessa nessuno. É questo uno dei
commenti di Legambiente contenuti nel rapporto: Cave
2011
, dove l'associazione presenta i numeri, il quadro
normativo e fa il punto sullimpatto economico
e ambientale
dellattività estrattiva nel territorio italiano. Cominciamo dai
numeri.
In Italia nel 2010 risultavano attive 5736 cave, mentre
13016 sono quelle ufficialmente dismesse, ovvero secondo i numeri
delle Regioni in cui esiste un monitoraggio. Considerando anche le
cave abbandonate il numero totale delle cave dismesse potrebbe
superare, secondo Legambiente, abbondantemente le 15 mila unità.
Durante gli scorsi dodici mesi, nonostante la crisi economica sono
stati estratti 90 milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia (che
rappresentano il 59% di tutti i materiali estratti), 41,7 milioni di
metri cubi di calcare e 12 milioni di pietre ornamentali. Numeri
impressionanti che presupporrebbero una normativa all'avanguardia
che tuteli sia il lavoro che il territorio, quantomeno in un Paese
normale. In Italia, invece, spiega Legambiente, il quadro normativo è
ancora fermo ad un Regio Decreto del 1927, che prevede un approccio
di sviluppo generale e non tiene conto dell'impatto dell'attività
estrattiva sul territorio. Va detto che dal 1977 sono stati
trasferiti alle regioni i poteri in materia di cave, tuttavia a 34
anni di distanza sono molte quelle che non prestano la dovuta
attenzione alla materia, con, precisa Legambiente, le entrate
degli enti pubblici dovute allapplicazione dei canoni che risultano
"ridicole in confronto al volume daffari del settore. Nello
specifico, spiega il rapporto, solo dalla vendita di sabbia e ghiaia,
i materiali più estratti, ma anche quelli di minor pregio, i
cavatori ricavano circa 1 miliardo e 115 milioni di euro l'anno, che
però fruttano alla regioni meno di 36 milioni di euro di canoni di
concessioni. Ciò significa che nelle Regioni italiane si paga in
media il 4% del prezzo di vendita degli inerti, ma non ovunque, visto
che in Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna l'attività
estrattiva è addirittura gratuita. Senza contare che in molte
regioni (Veneto,
Abruzzo, Molise, Sardegna, Calabria, Basilicata,
Campania, Friuli Venezia Giulia e Piemonte,) non esiste un piano cava
che regoli l'attività estrattiva, lasciando di fatto tutto il potere
decisionale in mano a chi concede lautorizzazione
senza alcun
riferimento su quanto, dove, come cavare. Una situazione
incomprensibile, soprattutto visto il peso delle Ecomafie in Italia
soprattutto nella gestione del cemento e nel controllo della aree di
estrazione.
COLLEGAMENTI SPONSORIZZATI
Per risolvere la situazione, spiega il responsabile Urbanistica di Legambiente, Edoardo Zanchini, è necessario, accanto ad un nuovo schema normativo, che l'Italia punti maggiormente sull'innovazione, visto che anche l'attività estrattiva, può diventare, come negli altri Paesi europei, un settore di punta della green economy. Ciò semplicemente puntando sul recupero degli inerti provenienti dall'edilizia, senza ricorrere continuamente a nuovo materiale estratto dalle cave. In pochi anni, prosegue Zanchini, sarebbe possibile raggiungere risultati rilevantissimi attraverso lobbligo di utilizzare materiali provenienti dal riciclo degli inerti edili, invece di quelli provenienti da cava per infrastrutture e costruzioni, visto che oggi hanno prestazioni assolutamente identiche. L'esempio positivo in questi casi arriva dall'Europa, visto che a fronte del 10% dei materiali riciclati provenienti dalledilizia, utilizzati nel nostro Paese, in Germania si è passati dal 17% del 1999 all'86,3% odierni ed in Francia dal 15% al 62,3% nell'ultimo decennio. Inoltre un sistema di riciclaggio permetterebbe oltre a diminuire i costi e l'impatto ambientale anche di aumentare i posti di lavoro, visto che per una cava da 100 mila metri cubi lanno servono in media 9 addetti, mentre per un impianto di riciclaggio di inerti della stessa dimensione ne occorrono 3 in più.
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