Per AIRI (l’Associazione Italiana per la Ricerca Industriale) i numeri parlano chiaro: l'Italia dovrà investire, in ricerca e sviluppo, un miliardo in più all'anno se vorrà attestare all’1,53% il PIL fissato entro il 2020 dal suo programma nazionale di riforma (quello ‘su carta’ è stato stabilito dalla Commissione Europea al 3%). Ma per farlo dovrà sopperire, negli anni a venire, a una spesa complessiva di 27 miliardi, assicurando contestualmente il reclutamento di 90mila nuovi ricercatori. È questo, in sintesi, il sommario dello studio esposto da AIRI in occasione del suo I Barometro sulla ricerca e lo sviluppo
, tenutosi il 30 settembre scorso a Milano, presso il Palazzo delle Stelline.
Sebbene non comprendente volutamente la comparazione con altre nazioni della zona UE, verosimilmente connesse a un percorso politico-istituzionale sui generis, lo screening dei dati relativi alla ricerca di AIRI è stato approntato, a totale beneficio degli organi governativi del nostro Paese, attraverso la valutazione statistica di dieci indicatori raggruppati in tre gruppi omogenei: indicatori di input a lungo termine (capitale umano), input a breve termine (risorse impiegate nella ricerca e sviluppo), e output finali (risultati ottenuti). Il tutto, applicando un particolare processo metodologico denominato AHP (Analytical Hierarchy Process), per la valutazione del ‘peso’ di ognuno degli indicatori presi in esame su base annuale. I risultati così ottenuti sono stati quindi presentati in sottogruppi, cui sono stati assegnati ‘voti’ compresi tra 1 a 10 e lode, per giungere poi all’elaborazione definitiva dei risultati.
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L’andamento del capitale umano (totale di studenti universitari immatricolati, laureati, nuovi iscritti ai corsi di dottorato) ha conseguito, per il quadriennio preso in considerazione, una votazione positiva di otto.
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Le risorse impiegate (spesa in ricerca e sviluppo da parte delle imprese, addetti alla ricerca, finanziamenti pubblici) hanno dovuto far fronte a un andamento piuttosto negativo, e in netta diminuzione sia nell’anno 2009, sia nel 2010. Voto sei.
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Gli indicatori di output (domande italiane di brevetti presentate all’UEB - Ufficio Europeo dei Brevetti, brevetti concessi a italiani dall’UEB, brevetti concessi a italiani dall’USPTO - Ufficio USA dei Brevetti, esportazioni di prodotti a media e alta tecnologia) mostrano un netto calo tra il 2008 e il 2009, con una leggera ripresa nel 2010. Voto cinque.
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L’indicatore globale mostra invece un’Italia che ha sofferto la crisi, soprattutto nel 2009, con relativa timida ripresa nel 2010. I voti in questo caso sono stati di un cinque (per il periodo 2007-2008), di un tre (2008-2009), e un sei (2009-2010).
Per quanto riguarda invece l’andamento del PIL proiettato sul 2020, nonché quello della spesa pubblica, per il primo si è potuta calcolare una crescita pari allo 0,8% nel 2011, l’1% nel 2012, l’1,3% nel 2013 e dell’1,5% nell’ 2014 (per gli anni successivi si sono contemplati due scenari di crescita costante dell’1,5%, o del 2%), mentre per la seconda si dovrà necessariamente cominciare a pensare a un sostanziale incremento della sua cifra complessiva (calcolata inizialmente in 27 miliardi), qualora ci si dovesse decidere a ridurre ulteriormente il divario con il 3% del PIL fissato dalla Commissione Europea, portandolo ad esempio all’1,8%.
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