Piazza Affari non sta vivendo uno dei suoi periodi migliori, infatti lo scorso anno, secondo Borsa Italiana è stato perso il 25% della Capitalizzazione. Inoltre si osserva una stagnazione del numero di società quotate (erano 328 lo scorso anno) ed un calo nel debutto di nuove matricole (9 le IPO registrate nel 2011). Questa situazione di difficoltà e di diffidenza di fronte al mercato azionario può penalizzarci anche sul lato della crescita. A riferilo è una ricerca realizzata dall'Università Bocconi, in collaborazione con Borsa Italiana secondo la quale se l'Italia portasse a mille il numero delle aziende quotate si avrebbe un incremento del Pil reale tra lo 0,9% e l'1,5%, con una creazione di 137 mila posti di lavoro ed un aumento delle entrate fiscali per 2,85 miliardi di euro.
L'indagine fa riferimento al 2010 è mostra che le imprese quotate sul listino italiano sono meno della metà di quelle quotate in Germania, un terzo di quelle quotate in Francia e addirittura poco più di un decimo di quelle quotate a Londra.
In Italia le PMI rappresentano il 77,5% del totale ma sono piuttosto restie ad avvicinarsi alla quotazione, tanto che, rileva la ricerca sono solo il 16,4% quelle quotate, con il risultato di una forte sotto rappresentazione in borsa rispetto alle dinamiche dell'economia reale. D'altra parte le imprese di maggiori dimensioni che rappresentano il 4,5% del totale sono quotate in borsa per una percentuale che si avvicina al 50%, cioè sono sovra rappresentate in borsa. Questa situazione non è esclusiva dell'Italia, in quanto anche negli altri Paesi c'è una sotto rappresentazione delle imprese piccole, ma il gap non è così evidente come nel nostro Paese.
La diffidenza verso la borsa è in parte riconducibile ad un circolo vizioso che vede da un lato le PMI italiane fare un largo ricorso al finanziamento bancario e dall'altro essere carenti di capitale di rischio. Ciò porta ad una limitazione della crescita dimensionale e ad un freno dello sviluppo, rendendo le imprese poco appetibili anche per gli investitori istituzionali.
Lo studio, attraverso un'analisi di regressione calcola che se alle 294 società presenti a fine 2010 si aggiungessero le 706 migliori società quotabili in Italia, la capitalizzazione del mercato aumenterebbe del 34%. Una situazione che porterebbe ad un aumento del Pil reale dell'anno seguente dello 0,9%. Utilizzando una seconda regressione, in cui lo sviluppo del mercato azionario viene misurato a seconda del numero di società quotate, in alternativa alla capitalizzazione, l'impatto stimato sulla crescita del Pil reale sarebbe dell'1.5%. Sul fronte dell'occupazione, come detto si assisterebbe alla creazione di 137 mila nuovi posti di lavoro e alla riduzione del 6,9% del tasso di disoccupazione. L'aumento della capitalizzazione avrebbe poi come effetto, l'aumento del gettito fiscale nell'anno successivo in misura pari allo 0,82%, il che significa 2,85 miliardi di euro in più nelle casse dello Stato.
I dati dimostrano che sarebbe auspicabile il ricorso a forme di incentivazione alla quotazione, così come la predisposizione di percorsi formativi e culturali, che aiutino le imprese italiane a valutare a che opportunità di crescita stanno rinunciando.
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