In questo periodo, la parola più diffusa sui quotidiani e sugli organi d’informazione è ‘debito pubblico’. Ma che cos’è? Come funziona? In che modo le sue vicende coinvolgono i privati cittadini?
La cosa può apparire illogica, ma non è complicata. L’illogicità è data dal fatto che il sistema che regola il debito pubblico, le sue leggi e la prassi che ne organizza la vita, è rappresentabile con una metafora illuminante: un gatto che si morde la coda. Il debito - già solo per il fatto di esistere - si autoalimenta, cresce. In parole povere, come disse il presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, “il debito pubblico è abbastanza grande da badare a se stesso”. Vediamo di spiegare quest’affermazione.
Tutto inizia quando uno Stato, in un determinato anno, spende più di quello che guadagna. Crea il cosiddetto deficit, o disavanzo. Per coprire questo deficit, il tesoro emette i Titoli di Stato che si sommano con i Titoli di Stato emessi, per lo stesso motivo, negli anni precedenti. E’ questa la differenza tra debito e deficit: il debito è una grandezza stock, ossia la risultante di periodi precedenti, il deficit è una grandezza flusso, circoscritta ad un periodo preciso di tempo (in genere un anno, perché il bilancio dello Stato è annuale). Entrambi, eccetto che per questo particolare, sono la stessa cosa: denaro che lo Stato deve ad altri.
E’ un procedimento infinito, ma che regge. Almeno fino a quando sussistono alcune condizioni. La più importante è la ‘fiducia dei mercati’. Se gli investitori hanno fiducia nello Stato, ossia sono convinti che pagherà, compreranno i titoli. Se sono convinti o anche solo valutano la possibilità del contrario, ovviamente non compreranno. In quel caso lo Stato è di fronte a un problema: come fare a convincere qualcuno a ‘comprare’ il suo debito? Semplice, aumenta gli interessi, ossia promette un ‘premio più alto’. Ancora il gatto che si morde la coda: se lo Stato aumenta gli interessi, vuol dire che gode di poca fiducia e se gode di poca fiducia avrà difficoltà a piazzare il debito e sarà costretto, paradossalmente, ad aumentare ulteriormente gli interessi. E’ quello che succede all’Italia da un po’ di tempo: quando si entra nel circolo vizioso è difficile uscirne. Per misurare gli interessi si usa lo spread: ossia la differenza tra gli interessi sui titoli italiani e gli interessi sui titoli tedeschi, presi a punto di riferimento perché giudicati universalmente i più sicuri.
Detto questo, da cosa dipende la sostenibilità del debito? Perché un debito pubblico di uno Stato è ‘piazzabile’ e il debito pubblico di un altro Stato non lo è? Una delle risposta è nelle righe precedenti: tutto dipende dalla fiducia dei mercati. Se i mercati si fidano, comprano e se comprano lo Stato può ‘sopravvivere’ ancora. E’ chiaro, arrivati fino a questo punto, che l’entità del debito conta fino a un certo punto. Ciò risulta palese sfogliando un po’ di dati: il Giappone, che ha un debito pubblico al 233% del PIL (!), non soffre i problemi che attanagliano l’Italia (oltre il 120% del PIL), il Portogallo (93%), la Spagna (61%). In un certo senso conta molto di più, ai fini di un debito sostenibile, la tendenza, ossia la previsione sul suo andamento. Un debito che minaccia di salire sempre di più sarà giudicato con sfiducia dai mercati, e sfiducia vuol dire difficoltà a piazzare i titoli.
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