La crisi economica e il numero crescente di disoccupati in tutti i settori professionali hanno portato ad un allarmante innescarsi di casi di suicidio. La disperazione spinge purtroppo ormai troppo spesso a questo gesto estremo. E se l’attenzione data di recente dai media ai casi di cronaca di suicidio in seguito a licenziamento o fallimento lascia intuire che non si tratta purtroppo di fenomeni isolati, i dati raccolti dal Rapporto Eures “Il suicidio in Italia al tempo della crisi” svelano una situazione anche più grave di quella immaginabile.
Il biennio 2009-2010 ha fatto registrare infatti un’impennata nel profilo anagrafico dei suicidi con motivazione economica in tutte le fasce di età (esclusi per ovvie ragioni i minorenni). Tra i disoccupati o gli imprenditori falliti sono soprattutto quelli di età compresa tra i 45 e i 64 anni, che palesano maggiori difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro, a giungere a questa tragica decisione.
E in un mondo in continua evoluzione è proprio questa fascia quella più colpita dalla disoccupazione: nel 2010 sono aumentati del 12,6% i disoccupati rientranti in questi limiti di età. E sempre questa è, anno più anno meno, l’età degli esodati, la categoria tanto discussa in questi ultimi giorni nella quale rientrano tutti gli ex lavoratori che hanno accettato il prepensionamento ma che, la riforma del sistema pensionistico Monti-Fornero, rischia di lasciare senza reddito per diversi anni.
E non stupisce neppure in quest’ottica che a compiere il gesto estremo del suicidio siano soprattutto soggetti maschili: nonostante l’affermazione del ruolo della donna nel lavoro, infatti è innegabilmente l’uomo che nell’immaginario collettivo ha il peso del sostentamento della famiglia. Se si concentra infatti l’analisi solo ai casi riguardanti uomini disoccupati i dati sono ancora più impressionanti: l’incremento nel 2010 è stato infatti del 45,5%.
La categoria professionale più a rischio è quella dei commercianti e degli artigiani, seguiti da imprenditori e liberi professionisti.
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