Il telelavoro: per molte persone è diventato una realtà concreta, per molte altre rappresenta il sogno di una vita libera dai vincoli del lavoro dipendente in ufficio. Nel mezzo ci sono luoghi comuni, falsi miti, truffe etc. Insomma: non è un terreno facile su cui muoversi, soprattutto non si deve pensare che sia un percorso sempre in discesa e che chiunque possa intraprendere questa strada.
TELELAVORO: I NUMERI
Partiamo da qualche numero riportando i dati di un’interessante infografica realizzata da Mashable
sul mondo dei freelance americani (anche in questo campo gli USA sono stati indubbiamente pionieri). I risultati ci aiutano a comprendere meglio questo fenomeno e a sfatare alcuni luoghi comuni. Al momento un terzo degli statunitensi lavora come freelance, di questi il 60% è donna mentre non si rilevano grandi differenze generazionali. Più della metà dei telelavoratori sono laureati. Il settore in cui questo tipo di impiego trova terreno più fertile è quello tecnologico (molte le possibilità per i programmatori) ma molti lavorano anche come web editor, grafici e blogger.
E veniamo ai lati più oscuri: 8 su 10 hanno avuto esperienza con almeno un committente che si rifiutava di pagare mentre 4 su 10 hanno dovuto tagliare le spese (anche mediche) perché non hanno guadagnato abbastanza.
Ecco il primo aspetto da considerare quando si parla di telelavoro: non si tratta (sempre) di “bella vita” o di “soldi facili”. A parte il rischio di truffe (vedi committenti che non pagano o proposte poco serie) che del resto riguarda in maniera diversa un po’ tutti i tipi di lavoro, sia quello autonomo che dipendente, cerchiamo di capire quali fattori possano concorrere a determinare il successo o il fallimento di questa scelta di vita.
Quello italiano è un popolo tradizionalista: difficile convincerlo che chi non passa 40 ore a settimana in ufficio possa lavorare seriamente. Il telelavoro sembra così una prospettiva per illusi e svogliati. In realtà abbiamo visto dai dati dell’infografica sopra proposta che ad avere successo, nella maggior parte dei casi e ad essere più richiesti, sono i “professionisti di sé stessi”, ovvero freelance capaci e specializzati. E’ invece proprio la tipologia di domanda (giovani studenti, casalinghe o neomamme in cerca di un impiego non troppo impegnativo, disoccupati temporanei etc) che contribuisce a creare un’offerta poco seria e al limite dell’assurdo o della truffa.
Bisogna dunque partire dal presupposto che lavorare da casa non significa non avere responsabilità o non dover essere costanti, competenti e seri nella propria attività. Se è vero che ci sono molti vantaggi nel telelavoro (nessun vincolo di orario o di luogo, nessun contatto diretto con colleghi o datori di lavoro, taglio dei costi di benzina e simili), esistono altrettanti inconvenienti e rischi che non tutti sono necessariamente in grado di affrontare e gestire in maniera autonoma. Bisogna rinunciare all’idea dello stipendio fisso (se non si è lavoratori dipendenti), della “sicurezza”, delle ferie pagate etc. In secondo luogo bisogna essere estremamente capaci di organizzare il proprio lavoro in maniera autonoma, senza cadere nella tentazione di distrarsi e rimandare continuamente finendo per non riuscire ad essere puntuali nel rispetto delle deadline. Essere lontano dalle dinamiche aziendali non significa non essere professionisti: lavorare in maniera sregolata, magari in pigiama mentre si guarda la tv, non può che screditare il proprio lavoro (senza contare il rischio di rinchiudersi e deprimersi dentro le mura domestiche senza contatti sociali).
Se non si tengono a mente queste premesse fondamentali il telelavoro è destinato ad essere un’esperienza fallimentare.
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CREDIT
Paul Mayne
by flickr
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