Il posto di lavoro fisso non è solo ‘monotono’, da oggi è anche, semplicemente, un miraggio. Lo rivela uno studio di Unioncamere (Indagine Excelsior) che ha interessato le modalità attraverso cui si espletano le nuove assunzioni. Il dato più allarmante è il seguente: nel terzo trimestre 2012 (luglio-settembre) solo il 19,8% delle assunzioni avverrà con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il trend è in estrema crescita, considerando che nell’ultimo trimestre del 2011 la percentuale si attestava intorno al 30%. In particolare, nel prossimo futuro, su 159.000 nuove assunzioni solo 31.400 si salveranno dallo spettro della precarietà. Ecco la risposta alla crisi: la precarizzazione del mondo del lavoro. Non è certo una novità. Tuttavia spaventa l’aumento del precariato.
Va male anche sotto altri aspetti. Il lavoro precario, infatti, potrebbe trovare giustificazione nel contratto di apprendistato. Il ministro Fornero, con la sua riforma del lavoro, ha posto di rendere l’apprendistato come la porta principale per accedere al mondo delle professioni.
Invece, dei tantissimi contratti a tempo determinato, solo il 4,5% è declinato secondo la formula dell’apprendistato. Certo, è anche troppo presto per tirare le somme, ma si tratta pur sempre di un dato al di sotto (e parecchio) delle aspettative. La precarizzazione ha fondamento, genericamente, nell’attuale fase di crisi. In particolare, però, a determinare tali trend negativi sono situazioni di criticità quali la bassa produttività, l’enorme pressione fiscale sul lavoro, e (secondo alcuni) la bassa ‘flessibilità in uscita’, espressione arzigogolata per indicare il semplice licenziamento.
Emanuele Massagli, presidente dell’Adapt (Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del lavoro), ha consegnato a ilsussidiario.net la seguente riflessione: “Osservando però il dato da un altro punto di vista, è chiaro che gli imprenditori stanno indirettamente inviando un segnale di disagio che riguarda il costo del lavoro e la pressione fiscale. Nel momento in cui il futuro di un’impresa resta ancora avvolto da una costante incertezza, è ovvio che non ci sia la volontà di impegnarsi a tempo indeterminato, soprattutto per evitare il costo del contratto”.
A recitare la classica parte della pioggia sul bagnato poi, un’altra indagine, questa volta proveniente da Bankitalia. Dal 2000 al 2010, infatti, le buste paga si sono ‘gonfiate’, in media, solo di 29 euro. Questo dato risente della fase di espansione del 2000-2006 e della fase di contrazione che va invece dal 2006 al 2010. In questo ultimo periodo le retribuzioni sono addirittura calate, e di tanto.
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