Mercoledi, 19 Giugno 2013

Lavoro

FALSI INVALIDI: UNA PENSIONE SU SEI NON È DOVUTA, LE VERIFICHE INPS CANCELLANO 40 MILA ASSEGNI

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falsiinvalidi40mila.gifUno dei primi obiettivi dell'amministrazione pubblica nell'opera di contrasto agli sprechi, ribadita anche nella manovra economica, è sicuramente la lotta ai falsi invalidi. Il numero di pensioni erogate per l'assistenza previdenziale da menomazione fisica e mentale è aumentato di quasi il 50% dal 2003 ad oggi, una crescita difficilmente compatibile sia con la crescita di popolazione che con i dati sugli incidenti sul lavoro.
Per tentare di arginare il fenomeno dei falsi invalidi da Gennaio l'Inps ha introdotto nuove procedure per la richiesta della pensione di Invalidità, mentre, non senza polemiche, il governo ha elevato la percentuale di invalidità per accedere all'assegno mensile di assistenza,
lavoro | Page 42 dal 74% all'85%. Ma mentre la prima misura risulta efficace ed anzi ha già apportato una buona diminuzione delle domande di invalidità (scoraggiando i falsi invalidi da farne richiesta), in calo da gennaio 2010 del 25% rispetto al 2009, da 1,1 milioni a poco più di 800 mila, la seconda misura desta più di qualche dubbio. Infatti, se l'innalzamento della percentuale porterà molto probabilmente a far abbassare il numero totale di pensioni, il rischio è che a farne le spese non siano i falsi invalidi ma, per lo più coloro, che hanno menomazioni sotto la nuova soglia di legge. Insomma sembra più una misura idonea a ridurre il numero di prestazioni erogate piuttosto che adatta a colpire i falsi invalidi.
Nei giorni scorsi l'Inps ha comunicato alcuni dati relativi ai campioni delle verifiche relative a 200 mila prestazioni pensionistiche effettuate nel 2009, circa l'8% del totale. Entro il 2012 l'obiettivo dell'ente pensionistico è di arrivare a 800 mila verifiche complessive, 100 mila già effettuate quest'anno, mentre le rimanenti 500 mila da eseguire nel prossimo biennio.
Secondo i dati presentati circa il 17% delle prestazioni attualmente erogate non è in linea con i requisiti richiesti dalla legge, il che significa che un invalido su sei percepisce una pensione a cui non ha diritto. Nella media non sono stati tenuti conto i dati di Valle d'Aosta e Trentino Alto Adige, perchè poco significativi nei numeri. Purtroppo in alcune zone d'Italia questa media è ben maggiore. Il triste primato di regione con la più alta percentuale di falsi invalidi spetta, un po' a sorpresa, alla Basilicata con quasi un falso invalido su tre (media del 29%). Al secondo posto si piazza la Campania con il 25%, mentre completa il podio la Sardegna con il 18%

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INVIO TELEMATICO DEL CERTIFICATO MEDICO: UNA RIVOLUZIONE DIGITALE DA 500 MILIONI DI EURO ANNUI

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certfmedonline0408.gifDal 3 Aprile è stato attivato in via sperimentale il sistema di trasmissione online dei certificati medici di malattia dei lavoratori del settore pubblico e privato. Si tratta di un'interessante opportunità in grado di snellire notevolmente le pratiche burocratiche e di conseguenza anche di garantire un risparmio notevole. Il sistema consente, infatti, al medico di inviare il certificato di malattia compilando una semplice pagina web oppure utilizzando i software gestionali più diffusi.
il Ministro Brunetta ha sottolineato che il meccanismo di invio online dei certificati di malattia sarà in grado di far risparmiare ben 500 milioni l’anno ai cittadini italiani, i quali non dovrebbero più sostenere i costi per le relative raccomandate.
Il potenziale risparmio può sembrare esagerato ma, se si analizzano i dati attuali del meccanismo di gestione dei certificati di malattia, si può capire la porta di questa innovazione. Basti pensare che ogni anno vengono rilasciati 50milioni di certificati per malattia e altrettanti attestati devono essere spediti tramite raccomandata A/R o fax e conservati negli archivi. Il costo per la collettività dovuto alla gestione dell'intero ciclo (dalla comunicazione all'archiviazione) ammonta mediamente a circa 10 euro per certificato, con 500 impiegati INPS occupati nel data entry per il solo settore privato.
Il servizio di invio dei certificati online è attualmente abilitato presso il 35% dei 67.727 medici di famiglia presenti sul territorio nazionale e presso il 25% degli altri medici del SSN (circa 125mila). Allo stato attuale invece nessun medico privato è stato ancora abilitato al servizio.
A distanza di 4 mesi dall’avvio di questo nuovo ed utile servizio online, il bilancio non è tuttavia particolarmente positivo con solamente 148272 documenti inviati online. C’è da precisare, però, che l’invio a mezzo telematico del certificato medico è ad oggi non ancora obbligatorio. Inizialmente il decreto del Ministro della salute del 26 febbraio 2010 aveva fissato la fine della fase sperimentale e l'inizio dell’invio telematico obbligatorio per il 19 giugno (3 mesi dopo l'entrata in vigore del decreto) tuttavia successivamente, il termine è stato posticipato alla fine di agosto.

Durante la presentazione dei dati il Ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, ha annunciato rigore per tutti i professionisti che non si adegueranno in breve tempo al nuovo sistema di invio dei certificati medici.

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UN PRECARIO SU DUE HA LA LICENZA MEDIA, IL 16,6% È LAUREATO E IL 35% RISIEDE NEL MEZZOGIORNO

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lavoroprecarcgia010.gifNell'Indagine dell'IStat sul livello di povertà relativa ed assoluta delle famiglie italiane, emergeva una correlazione tra la situazione economica negativa e il titolo di Studio. Nello specifico, in base ai dati raccolti nel 2009, le famiglie con persona di riferimento con basso livello di istruzione manifestavano un'incidenza di povertà di quasi quattro volte superiore a quella osservata tra le famiglie con a capo una persona con licenza media superiore:  Oggi analizzeremo il fenomeno del precariato che, secondo quanto rilevato dalla Cgia di Mestre sembra mostrare una correlazione anche con il titolo di studio conseguito. Secondo i dati rilevato dall'ufficio Studi della Cgia di Mestre, infatti , su un totale di oltre 3751000 lavoratori senza un contratto di lavoro stabile, oltre 1708400, pari al 45,5% del totale, non ha proseguito gli studi dopo aver terminato la scuola dell’obbligo, ovvero dopo aver conseguito la licenza media. Questi dati smentiscono la percezione molto diffusa che il precario medio sia rappresentato dal giovane neo laureato, sebbene, come abbiamo visto nel rapporto “neolaureati & stage”, la percentuale di assunzione con contratto a tempo indeterminato è pari per i neo laureati al 5,46% dei casi.
Secondo la Cgia di Mestre i Giovani Laureati precari rappresentano solo il 15,5% del totale, un esercito comunque di 582950 unità. A questo numero vanno aggiunte anche altri 43.021 elemento (pari ad un ulteriore 1,1%) di coloro che sono lavoratori instabili ed hanno conseguito il diploma post laurea (totale 16,6%).
A livello di area, è il Sud a registrare la presenza maggiore di lavoratori flessibili, con 1320000 precari, pari al 35,18% del totale. Un dato grave se si considera la  condizione del lavoro nel Mezzogiorno, sottolineata dal Rapporto Svimez, dove alle condizioni industriali deficitarie e ai fenomeni criminali si aggiungono anche condizioni lavorative di minor tutela per i cittadini, con ripercussioni sociali devastanti sulle famiglie.
Per quanto riguarda le altre aree geografiche, il Nord-ovest presenta 935133 lavoratori precari (24,92% del totale), il Centro 813627 precari (21,68% del totale) ed infine,il Nordest, con 682606 lavoratori flessibili (pari al 18,19% del totale). A livello regionale la Calabria è la regione con la più alta percentuale di precari, ben il 24,7 % sul totale degli occupati, seguita dalla Sardegna,(23,8%), dalla Sicilia (22,9%) e dalla Puglia (22,1%). La regione con il minor numero di precari in percentuale è la Lombardia con il 12,9% sul totale degli occupati, sebbene sia,a l tempo stesso, la regione con il più alto numero di lavoratori flessibili in termini assoluti.
L'analisi dei settori produttivi maggiormente interessati dal fenomeno del precariato ci mostra al primo posto : “ gli altri servizi pubblici e sociali” con il 32,3%. Questa area è rappresentata da categorie lavorative molto eterogenee, come segnala la Cgia.

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CAMERA DI COMMERCIO DI MILANO: 2,5 MILIONI DI EURO A FONDO PERDUTO PER LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

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pmifondicameracomi010.gifLa Camera di Commercio di Milano ha promosso una nuova iniziativa dedicata allo sviluppo ed all’innovazione delle piccole, medie e micro imprese dislocate all’interno della provincia del capoluogo lombardo.
Requisito fondamentale per prendere parte al progetto è che la sede legale e operativa dell’impresa sia collocata a Milano o nella relativa provincia, oltre ovviamente a non superare le dimensioni massime per essere identificata come “piccola impresa”.
I finanziamenti a fondo perduto garantiti dalla Camera di Commercio di Milano ammontano, nel complesso, a 2,5 milioni di euro, i quali saranno distribuiti alle aziende coinvolte nel progetto con questi criteri: da un minimo di 10.000 euro fino ad un massimo di 25.000 euro, a seconda dell’iniziativa programmata dall’azienda. Il finanziamento può coprire il 50% delle spese sostenute dalle PMI per l’acquisto di beni e servizi. Precisamente, i 2,5 milioni di euro messi a disposizione saranno suddivisi in questa maniera: 1,25 milioni per la misura 1, “Sostegno ai progetti per l’acquisto di servizi e prodotti delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione”, per il quale il finanziamento può coprire fino al 50% delle spese con un tetto massimo di 10.000 euro per le micro imprese e di 20.000 euro per le PMI; 1,25 milioni per la misura 2, denominata “Supporto alle imprese per nuove tecnologie digitali”; anche in questo caso il contributo coprirà il 50% delle spese con un ammontare massimo di 25.000 euro. Sono 3 i diversi ambiti per quanto riguarda le tipologie di innovazione finanziabili: “enterprise 2.0”, relativo all’innovazione dal punto di vista della condivisione e della gestione delle informazioni; “estended enterprise”, dedicato al miglioramento dell’efficienza dell’impresa con i rapporti con l’esterno, ed infine “tecnologie ITC”, innovazioni dedicate al miglioramento del processo produttivo.

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LA TOTALIZZAZIONE DEI CONTRIBUTI PENSIONISTICI, COS'È E COME FUNZIONA

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totalizzcontributiveccanz.gifLa totalizzazione dei contributi è un meccanismo che permette a coloro che hanno versato contributi in diverse casse , gestioni o fondi previdenziali di poterli cumulare per avere diritto ad un'unica pensione di vecchiaia o di anzianità. Questa possibilità è stata introdotta per evitare che i lavoratori perdessero parte della contribuzione versata. La totalizzazione può essere utilizzata in maniera gratuita da tutti i lavoratori dipendenti, autonomi e liberi professionisti. Si tratta di un meccanismo particolarmente interessante per i lavoratori parasubordinati (co.co.co., lavoratori a progetto, ecc.), iscritti alla cosiddetta "gestione separata", i cui contributi non possono essere ricongiunti ad altra cassa o fondo di previdenza.
La totalizzazione, ai fini del diritto alla pensione di vecchiaia e di anzianità, può essere effettuata tenendo conto dei periodi contributivi delle sole gestioni nelle quali si è in possesso di anzianità contributiva pari ad almeno tre anni.
Possono esercitare la facoltà prevista e totalizzare i periodi assicurativi, i lavoratori iscritti a due o più forme di assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti e alle forme sostitutive, esclusive ed esonerative dell’assicurazione generale obbligatoria.
Nel determinare l'anzianità contributiva posseduta dall’assicurato, ciascuna gestione tiene conto delle regole del proprio ordinamento vigenti alla data di presentazione della domanda.
La totalizzazione riguarda tutti e per intero i periodi assicurativi. Non è possibile perciò ottenere la totalizzazione parziale. La totalizzazione deve interessare tutte le gestioni nelle quali il lavoratore è stato iscritto e tutti i periodi contributivi versati nella singola gestione.


PENSIONE DI VECCHIAIA, DI ANZIANITÀ E DI INABILITÀ
Il diritto alla pensione di vecchiaia in regime di totalizzazione si perfeziona al raggiungimento dei 65 anni di età, (sia per gli uomini sia per le donne) e un'anzianità contributiva complessiva di almeno 20 anni (1040 contributi settimanali). E' importante sottolineare che l’anzianità contributiva deve essere accertata sommando le settimane accreditate per periodi non coincidenti possedute in due o più forme assicurative di iscrizione.
Il diritto alla pensione di anzianità in regime di totalizzazione, invece si perfezioni con un'anzianità contributiva di almeno 40 anni di contributi ((2080 contributi settimanali) sommando, anche in questo caso i periodi non coincidenti versati nelle diverse gestioni. I quarantanni di contributi devono essere raggiunti escludendo i contributi figurativi per disoccupazione e malattia.
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RAPPORTO GIOVANI LAUREATI E LAVORO: SOLO IL 5,46% VIENE ASSUNTO A TEMPO INDETERMINATO

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recruitmentstudentuni.gifNei giorni scorsi è stata presentata l'undicesima indagine G.i.d.p./H.r.d.a (Associazione direttori risorse umane) “neolaureati & stage” relativa al rapporto tra giovani laureati e mondo del lavoro. I dati presentati raccontano che sempre meno neolaureati entrano in azienda con contratti a tempo indeterminato, la percentuale è passata, infatti, dal 20% del 2004 al 7% circa del 2009, al 5,46% del 2010.
Tuttavia negli ultimi 12 mesi quasi il 38% delle aziende hanno assunto oltre la metà dei neolaureati in stage, mentre il 16% delle aziende non ne ha assunto nessuno. Nel 30% dei casi a coloro che hanno superato positivamente lo stage verrà proposto un contratto a tempo determinato, mentre al 17,45% dei neolaureati verrà offerto un contratto di inserimento. Ad un altro 17,45% verrà proposta l'opzione di apprendistato professionalizzante mentre ad un altro 17,45% il contratto a tempo indeterminato. Il nove per cento degli studenti che hanno superato lo stage
passerà per un altro contratto di collaborazione, mentre l'8 per cento per un contratto temporaneo tramite un'agenzia d lavoro.
La situazione attuale è il risultato dell'introduzione negli anni di norme che hanno favorito forme atipiche di lavoro, diventate sempre più diffuse soprattutto in questi anni di crisi.


TEMPI E MODALITÀ DI RECRUITMENT
La crisi ha anche influito sui tempi di recruitment dei neolaureati, soprattutto perchè non è difficile intercettare studenti usciti dalle università. Il tempo medio, secondo l'indagine che ha coinvolto un focus group di 120 direttori del personale, è di quasi un mese (per quasi il 50% delle aziende), con quasi un'azienda su dieci che però non impiega neppure quindici giorni per la selezione. Solo una percentuale molto esigua di aziende (meno del 2%) ha bisogno di un periodo che può oscillare tra tre e sei mesi.
Il bacino di selezione preferito dalle aziende sono gli uffici di placement universitari che vengono utilizzati nel 23,62% dei casi, perchè considerati strumenti molto efficienti (il 58% del campione li considera tali). Il 15,56% seleziona e valuta i curriculum che arrivano attraverso le candidature spontanee, sebbene questo metodo sia considerato come inefficace. Il 14,17% delle aziende utilizza una pagina dedicata del proprio sito mentre l'11,67% delle candidature pervengono dai siti specializzati per le offerte di lavoro.


LAUREE “PREFERITE” E CARATTERISTICHE PREMIANTI
Tra le lauree preferite dalle aziende, l'indagine premia Ingegneria con il 27,75% delle preferenze, seguita da Economia con il 24,67%, Informatica (8%) e Giurisprudenza (5,5%). Tra le Lauree umanistiche, Scienze della comunicazione raggiunge un 2,05%, come la laurea in Farmacia e più di quelle in Fisica e Scienze bancarie. Per quanto riguarda le lauree in Ingegneria le specializzazioni più richieste sono: gestionale (28,75%), meccanica (21,25%) e informatica (11,25%).
Per fare colpo sul selezionatore l'indagine sottolinea come la conoscenza delle lingue straniere sia un ottimo biglietto da visita (22,50%), seguita dalla motivazione del candidato (19,38%) e la disponibilità a spostarsi per lavorare (10,85%). Per quanto riguarda le lingue, l'inglese rimane quella più apprezzata (65% delle preferenze) seguita dal francese (17,4%) e dal tedesco (12,74%). Il cinese e il russo si attestano per il momento sotto l'1%.

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RAPPORTO INAIL: CALANO GLI INFORTUNI SUL LAVORO DEL 9,7% E LE MORTI BIANCHE DEL 6,3%

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rapportoinail09accwork.gifL'Inail ha pubblicato ieri i dati relativi agli infortuni sul lavoro registrati nello scorso anno. L'analisi dei dati conferma il trend positivo fatto registrare negli ultimi anni con una riduzione dal 2002 al 2009 del numero di incidenti complessivi pari al 20,4% e dei casi mortali di quasi un terzo (29%). Certo molto è ancora da fare per migliorare gli standard di sicurezza e ridurre ulteriormente un fenomeno così infame come quello delle morti bianche, ma i dati sembrano confermare la buona strada intrapresa da Governi, sindacati e imprese. Nello specifico, nel 2009, in base alle denunce pervenute all'Inail si sono registrati 790 mila infortuni sul lavoro, un numero inferiore del 9,7% rispetto al dato del 2008 (85mila infortuni in meno). Allo stesso tempo gli incidenti mortali sono stati 1050, in flessione del 6,3% (70 decessi in meno) rispetto all'anno precedente. Fa sapere l'Inail che si tratta della maggiore flessione dal 1993 (quando si registro un calo complessivo dell'11,7%), a cui però ha contribuito anche la crisi economica. Secondo le analisi dell'Inail effettuate a partire dai dati sull'occupazione, rilevati dall'Istat, e dalle informazioni degli archivi DNA (Denuncia nominativa assicurati), risulta che il tempo di lavoro ha subito una contrazione media del 3%. Questa contrazione pur con forte variabilità territoriale, settoriale e di dimensione aziendale ha fatto si che si riducesse anche il tempo di esposizione al rischio di infortuni. Per cui è stato calcolato che la riduzione reale degli infortuni sul lavoro, depurata della componente “perdita di lavoro per effetto crisi”, sia del 7% per gli infortuni e del 3,4% per gl infortuni mortali. Il presidente dell'Inail, Marco Fabio Sartori, sottolinea però come, oltre all'innegabile effetto crisi, sulla riduzione degli infortuni, abbiano contribuito per la parte più rilevante, anche l'effettivo miglioramento dei livelli di sicurezza in atto ormai da molti anni nel nostro Paese.
La riduzione maggiore degli infortuni ha riguardato gli incidenti in occasione di lavoro, ovvero quelli occorsi durante le attività lavorative, che sono calati (secondo il numero di denunce) del 10,2%, a fronte di un calo del 6,1% degli infortuni avvenuti durante il tragitto casa/lavoro- lavoro/casa (cosiddetti infortuni in itinere). Allo stesso modo gli infortuni mortali sono calati del 7,5% in occasione di lavoro (da 829 a 767) mentre i decessi in itinere del -2,7% (da 291 a 283). Significativa anche la riduzione del numero degli infortuni mortali per coloro che lavorano sulla strada (autotrasportatori di merci o di persone, rappresentanti di commercio, addetti alla manutenzione stradale, ecc.) scesa del 10,4% (da 338 a 303 casi). A tal proposito ricordiamo che la distrazione alla guida è uno delle cause più diffuse degli incidenti, sia per chi guida sia per chi subisce il comportamento di chi guida. Per maggiori informazioni consigliamo di leggere i dati della campagna “Pensa a guidare”


UOMINI E DONNE CHI PIÙ COLPITO?
Analizzando l'andamento infortunistico del 2009 si scopre che la flessione degli incidenti è stata molto più accentuata per gli uomini pari al 12,6% rispetto al 2008, che per le donne (-2,5%). Opposta la situazione per gli incidenti mortali, calati del 14%( 74 contro 86) per le donne e del 5,6% per gli uomini. (dai 1.034 morti del 2008 ai 976 del 2009). In generale va sottolineato però come il 60% degli incidenti mortali per le donne si sia verificato in itinere.

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RAPPORTO SVIMEZ: DAL 2000 AD OGGI IL MEZZOGIORNO È CRESCIUTO LA METÀ DEL CENTRO NORD

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rapportosvimez0101.gifÉ stato presentato ieri il rapporto 2010 sull'economia del mezzogiorno di Svimez, che ha tracciato un'immagine dell'andamento economico finanziario e occupazionale del Sud Italia. Il quadro che ne esce purtroppo non è molto edificante. Secondo la Svimez nel periodo che va dal 2000 al 2008 il Mezzogiorno è cresciuto la metà del Centro Nord. Stando ai dati rilevati dal Dopoguerra non si era mai verificata una così lunga interruzione del processo di crescita tra le due aree. La forte contrapposizione tra Nord e Sud rischia di allargare il divario e ostacolare la ripresa economica dell'intera economia nazionale. Per queste ragioni la Svimez propone la nascita di un “Progetto Paese” per valorizzare le aree deboli, con politiche più efficienti che sottolineino il concetto di Mezzogiorno come “frontiera” verso il Mediterraneo. Tornando ai dati, la Svimez sottolinea come nel 2009 il Pil abbia registrato nel Mezzogiorno una riduzione del 4,5%, un valore molto più negativo del 2008 e leggermente inferiore al dato del Centro Nord (-5,2%). Rispetto agli altri periodi di crisi (1992-93, con l’uscita della lira dallo Sme; 2002- 2004, con il crollo della new economy) la crisi del biennio 2008-2009 è l'unica il cui il Pil si è contratto per due anni consecutivi. Un dato sconcertante è che nel 2009 il prodotto del Mezzogiorno risulta ancora inferiore dello 0,3%, rispetto al livello del 2000. Il Pil per abitante risulta nel Mezzogiorno al 2009, pari a circa il 58,8% di quello rilevato nel centro-Nord, 17317 euro contro 29449 euro, pur con un leggero recupero rispetto al 2008 dove si assestava al 58,2%. Rispetto al 2000 il divario per quanto riguarda il Pil pro capite si è ridotto di circa due punti percentuali, dovuto però, sottolinea la Svimez, alla riduzione relativa della popolazione.


ANALISI ECONOMICA DEI SETTORI PRODUTTIVI
Per quanto riguarda l'agricoltura la Svimez rileva come nel 2009 siano continuati i processi di ristrutturazione del settore con la chiusura di piccole aziende e la diminuzione di 17600 lavoratori, soprattutto tra gli autonomi. Dal 2001 al 2009 il Sud agricolo ha perso ben 115mila posto di lavoro.
L'industria ha fatto registrare una grande contrazione a livello nazionale, sebbene l'intensità della crisi si sia fatta sentire in modo maggiore al Sud con un crollo del valore aggiunto industriale, nel 2009, del 15,6%, a fronte di un -15,2% nazionale. Male soprattutto il manifatturiero, che è arrivato nel 2009 a -16,6%.
Sul fronte export nel 2009 il manifatturiero del Sud ha perso il 29% contro il 20% del centro-nord. Anche l'edilizia ha subito gravi perdite a causa della crisi. Rispetto al 2008 il Sud ha registrato un crollo del valore aggiunto del 9,4% degli investimenti, dell'8.5% e del 3,8% per quanto riguarda l'occupazione (23mila posti di lavoro). Scomponendo il dato sull'occupazione la Svimez registra come vi sia stata una diminuzione dell'occupazione dipendente pari a 28.500 unità, parzialmente compensata da 5600 nuove unità autonome.

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COLDIRETTI: SERVONO 2 ANNI E MEZZO PER APRIRE UN'AZIENDA AGRICOLA, OCCORRE SNELLIRE LA BUROCRAZIA

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azienbagricola2emezzo.gifAbbiamo visto ieri quali sono i mestieri premiati dalla Coldiretti con gli Oscar Green per aver saputo coniugare innovazione a promozione del Made in Italy. Il rinnovamento nel rispetto della tradizione può rappresentare veramente una delle frecce vincenti nell'arco del settore agricolo per poter uscire dalla crisi. Anche se sono forse troppi i nemici da abbattere con una sola freccia, considerando il basso margine per i produttori, il rischio dell'insediamento degli Ogm e l'erosione di valore dei prodotti contraffatti che sfruttano il marchio Made in Italy. Il settore agricolo oggi si presenta come uno dei più interessati dal calo degli investimenti lordi, questo anche a causa della pesantezza della burocrazia, tipica del fare impresa italiana, che però si fa sentire ancora di più in un'attività dai ritmi stagionali come appunto quella agricola.
Secondo un analisi della Coldiretti, un giovane che vuole aprire un'impresa agricola o un agriturismo impiega oggi almeno due anni e mezzo per farlo proprio a causa della burocrazia.. L'accesso agli strumenti i messi a disposizione dalla politica di sviluppo rurale impiega, infatti, in media un periodo pari a 2 anni e mezzo.
Ma c'è di più, secondo un'indagine condotta dalla stessa associazione con Swg, quattro giovani su dieci indicano le lungaggine nell'esame e nella predisposizione di domande e documenti come il principale problema del settore agricolo
La Coldiretti, nella propria indagine, ricostruisce i tempi impiegati per i vari adempimenti necessari ad avviare l'attività. Si scopre allora che soltanto per l'apertura della partita Iva e l'iscrizione al registro delle imprese e all'inps occorre un totale di 13 giorni. Anche se con la Comunicazione Unica, attiva da aprile, i tempi dovrebbero ridursi a cinque giorni, una settimana. I bandi dei piani di sviluppo rurale (Psr) per l'insediamento dei giovani in agricoltura escono solitamente 4 mesi dopo l'approvazione degli stessi Psr. Per cui trascorso questo tempo, è possibile presentare la domanda che impiega circa 60 giorni per essere recepita e altri 260 giorni perchè venga completata. A questo punto il decreto che dà il via libera alle misure per l'insediamento dei giovani viene emesso solitamente dopo circa un anno, mentre altri 3 mesi serviranno per accedere materialmente ai fondi. Ecco così arrivati ai due anni e mezzo indicati dalla Coldiretti, con l'ulteriore considerazione che passeranno almeno altri 18 mesi per mettere in pratica i fondi e completare gli investimenti necessari all'avvio dell'attività. Una situazione del genere appare inaccettabile per un Paese dalla forte tradizione agricola e dall'immenso patrimonio agroalimentare. Per questa ragione la Coldiretti, come già durante la presentazione della relazione annuale, chiede che sia messo in atto qualche soluzione. A livello lavorativo il meccanismo dei buoni lavoro ha dato degli ottimi risultati per quanto riguarda la forza lavoro, mentre a livello imprenditoriale si rende necessario uno sforzo per lo snellimento delle procedure, anche attraverso il coinvolgimento dei centri di servizi promossi dai privati.
Si tratta di necessità pressanti spinte anche dagli ottimi risultati che dimostra il connubio Giovani e agricoltura.

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