In Generale, secondo quanto riportato dall'Eurostat il tasso di occupazione delle donne diminuisce all'aumentare del numero di figli. Fatta eccezione per i Paesi scandinavi che dispongono di un ottimo sistema di welfare, ciò è tanto più vero in Italia, dove il tasso di occupazione femminile è già di per sé basso e figli o non figli, staziona al di sotto del 50%. Anzi nello specifico nel 2010, secondo i dati ufficiali risultava occupato il 46,1% delle donne in età lavorativa, contro il 67,7% degli uomini, con valori decisamente inferiori per quanto riguarda l'occupazione delle giovani donne soprattutto nel Mezzogiorno.
Questo dato, che ha radici lontane, in parti culturali, soprattutto al Sud e in parte per un sistema del lavoro che non aiuta per niente le donne, ha pesanti ripercussioni anche sulla crescita, vero cruccio del nostro Paese. Secondo quanto pubblicato dalla Banca D'Italia, infatti, se raggiungessimo gli standard minimi definiti dal trattato di Lisbona, ovvero portare l'occupazione femminile ad un tasso del 60%, il nostro prodotto interno lordo crescerebbe di 7 punti percentuali.
Peggio va se si considerano le posizioni di vertice nel settore privato, dove le donne sono il 40% nella fascia d'età tra i 15 e i 44 anni e le dirigenti il 24%. Una situazione lievemente migliore si registra nel settore pubblico dove le giovani dirigenti sono quasi il 45% e il 36% nella fascia tra i 45 e i 64 anni.
Una situazione che potrebbe presto migliorare visto l'approvazione della legge, che a partire dal 2012, prevede che i consigli di amministrazione e gli organi di controllo delle società quotate e delle controllate pubbliche non quotate dovranno essere composti da un quinto di donne. Percentuale che dall'anno seguente dovrà salire di un terzo.
In proposito il Ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, ha sottolineato che questa legge sulle quote rosa nei cda, ha già avviato un percorso importante di femminilizzazione di un contesto che: “ fino ad oggi, era stato quasi esclusivamente maschile e, certamente, questo cambiamento, che è innanzitutto culturale, provocherà un effetto domino anche in quei settori non coinvolti direttamente dalla legge”.
Vi è poi un altro problema sottolineato da Saccomanni e ripreso dalla Carfagna, infatti le donne imprenditrici italiane talvolta incontrano problemi di accesso al credito, anche se le loro imprese non mostrano performance diverse dalle altre e mostrano una qualità del credito migliore. In concreto il Ministro delle Pari Opportunità ha voluto lanciare un appello al sistema bancario rispetto al risultato di alcuni studi,che evidenzierebbero che nell'accesso ai fidi bancari le micro-imprese guidate da donne pagano un tasso di interesse dello 0,3% più alto rispetto a quelle che hanno un uomo come titolare. Un differente trattamento che non trova alcuna giustificazione economica, in termini di rischiosità per le banche, tenendo conto, che, secondo quanto riporta la Carfagna, le imprese guidate da donne tendono a fallire di meno.
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