La recente crisi economica ha
confermato il fatto che l'Italia: "è un Paese per Vecchi". Infatti, a
fronte di un calo generale dell'occupazione del 2,2%, tra il 2008 e
il 2010, l'occupazione giovanile nella fascia tra i 15 e i 29 anni è
diminuita di 13,2 punti percentuali. Pesante il divario con Paesi
come la Francia e la Germania, dove la flessione generale
dell'occupazione è stata pari rispettivamente allo 0,8% e allo 0,4%,
mentre quella dell'occupazione giovanile pari al 2,7% e al 3,1% (fonte Eurostat). Dati
quest'ultimi che sono stati
riportati nei giorni scorsi dal direttore generale della Banca
d'Italia, Fabrizio Saccomanni, nel report "La
generazione esclusa: il contributo dei giovani alla crescita
economica
", presentato al convegno dei giovani imprenditori.
Sul fronte dell'occupazione giovanile
il divario tra Italia ed Europa non ha radici nella recente crisi
economica, sottolinea Bankitalia, ma nelle cause che frenano la crescita nel nostro paese da un
quindicennio.
Infatti, nel 2010, il tasso di disoccupazione giovanile è stato del 20,2%, quasi 4 punti in più della media europea e
ben 11 in più della Germania. Poco più di un terzo dei giovani
nella fascia di età tra i 15 e i 29 anni risultava occupato lo
scorso anno (il 35%), contro il 57% della Germania. A soffrire
maggiormente della situazione sono i giovani del Mezzogiorno e le
donne, che mostrano tassi di occupazione decisamente bassi rispetto
al resto d'Europa. basti pensare che secondo la Svimez al Sud il tasso di inattività dei
giovani under 34 sfiora il 60% , per capire la gravità della situazione.
Molto alte sono anche le percentuali relative ai
Neet, ovvero i giovani che non sono né occupati né inseriti in
processi formativi. Si tratta di un dato, molto grave, sottolinea
Saccomanni, perchè è indice del progressivo impoverimento del
capitale umano delle persone coinvolte e testimonia l'alto tasso di
scoramento dei giovani italiani.
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Per quanto riguarda i salari di ingresso dei giovani sul mercato del lavoro, il report sottolinea come siano fermi, in termini reali da oltre un decennio e comunque al di sotto degli anni Ottanta, senza che nel frattempo siano migliorati gli itinerari retributivi nel corso della carriera lavorativa.
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