Lunedi, 21 Maggio 2012

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Pensione Giovani: Per Più di Quattro Lavoratori su Dieci Sarà Inferiore ai Mille Euro


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Il rapporto tra pensione e giovani si fa sempre più complicato ed oscuro e, ad ogni anno che passa, di manovra in manovra, le prospettive diventano decisamente più grigie. Il colpo finale alle aspettative dei giovani è arrivato dai risultati del primo anno di lavoro del progetto “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche socialiWelfare,
Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” di Censis e Unipol. Secondo quanto riportato, infatti, più di quattro giovani lavoratori dipendenti su dieci nella fascia di età, tra i 25 e i 34 anni, che attualmente lavoro, quando andranno in pensione, circa intorno al 2050, percepiranno meno di mille euro al mese. E considerando che attualmente quasi un terzo di questi lavoratori (il 31,9%) percepisce uno stipendio inferiore ai mille euro, si può affermare che molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un reddito più basso di quello che avevano a inizio carriera. La cosa peggiore di questo scenario è che descrive il bicchiere mezzo pieno della situazione, in quanto questa prospettiva riguarderà solo i più fortunati, ovvero quei quattro milioni di giovani lavoratori ad oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard.
Una situazione inaccettabile che però si palesa sempre di più come reale di fronte agli occhi dei giovani, come dimostrato anche dal recente sondaggio di Comunità & Impresa, secondo cui per tre giovani laureati su quattro la pensione resta solo un miraggio. Allargando lo scenario a tutti i giovani, rileva il Censis, il valore dell’assegno pensionistico futuro preoccupa solo il 12%, meno della perdita del lavoro che spaventa il 46,7% dei giovani. D'altro canto quasi sette giovani su dieci ignorano a quanto ammonterà la propria pensione rispetto all’ultimo stipendio percepito.
Ma come e perchè si è arrivati ad una situazione del genere?
Secondo il Censis esiste, innanzitutto, un vincolo di fondo con cui fare i conti, ovvero il fatto che l'Italia invecchia e rappresenta uno dei Paesi più longevi del mondo. Fra meno di vent'anni, gli over 64 costituiranno il 26% della popolazione totale e ci saranno 4 milioni di persone non attive in più e 2 milioni di attivi in meno. Questo saldo pone di fronte a difficili problemi di compatibilità, tenuta ed equità del sistema pensionistico, che non sono stati affrontati a suo tempo con le riforme delle pensioni degli anni 90, dove si è badato più a tamponare la situazione a medio termine, piuttosto che a garantire la sostenibilità finanziaria del lungo periodo. Insomma, il solito discorso tutto italiano del: “Ci penserà qualcun altro”.
Secondo il rapporto a fronte di un tasso di sostituzione del 72,7% (nel 2010) al 2040 i lavoratori dipendenti godranno di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione. Andrà decisamente peggio ai lavoratori autonomi che vedranno ridursi il tasso fino a meno del 40%.


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L'invecchiamento della popolazione avrà come effetto anche quello di elevare la quota delle persone con disabilità, che sono oggi il 6,7% della popolazione totale: circa 4,1 milioni di persone, ma nel 2020 arriveranno a 4,8 milioni (il 7,9% della popolazione) e saranno 6,7 milioni nel 2040 (il 10,7%). Ciò comporterà ulteriori difficoltà per le famiglie, visto che già oggi si riscontra nel 30,8% dei nuclei familiari un bisogno assistenziale. Attualmente rileva il Censis, il 14,9% delle famiglie esprime il bisogno di servizi di assistenza pubblici (dall’asilo nido all’assistenza domiciliare), ma solo il 5,8% ha trovato risposte adeguate nel sistema pubblico.
Che fare dunque?
Secondo l'Amministratore Delegato del Gruppo Unipol, Carlo Cimbri, vista la situazoine attuale e le prospettive future, si rende indispensabile un cambiamento nella ripartizione delle responsabilità tra intervento pubblico e oneri privati, familiari e individuali. Per il Presidente del Censis, Giuseppe De Rita, è necessario: “da parte del soggetto pubblico lo sviluppo di ulteriori incentivi fiscali mirati, per offrire ai cittadini migliori opportunità di adesione e sollecitare le imprese a mettere a punto prodotti più efficaci. Senza un deciso shift culturale dei cittadini e un impegno più netto da parte delle istituzioni in termini di incentivazione e promozione sarà impossibile risolvere i problemi del welfare”.

 

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