Il rapporto tra pensione e giovani si
fa sempre più complicato ed oscuro e, ad ogni anno che passa, di
manovra in manovra, le prospettive diventano decisamente più grigie.
Il colpo finale alle aspettative dei giovani è arrivato dai
risultati del primo anno di lavoro del progetto Welfare,
Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali
di Censis e
Unipol. Secondo quanto riportato, infatti, più di quattro giovani
lavoratori dipendenti su dieci nella fascia di età, tra i 25 e i 34
anni, che attualmente lavoro, quando andranno in pensione, circa
intorno al 2050, percepiranno meno di mille euro al mese. E
considerando che attualmente quasi un terzo di questi lavoratori (il
31,9%) percepisce uno stipendio inferiore ai mille euro, si può
affermare che molti si troveranno ad avere dalla pensione pubblica un
reddito più basso di quello che avevano a inizio carriera. La cosa
peggiore di questo scenario è che descrive il bicchiere mezzo pieno
della situazione, in quanto questa prospettiva riguarderà solo i più
fortunati, ovvero quei quattro milioni di giovani lavoratori ad oggi
ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard.
Una situazione inaccettabile che però
si palesa sempre di più come reale di fronte agli occhi dei giovani,
come dimostrato anche dal recente sondaggio di Comunità & Impresa, secondo cui
per
tre giovani laureati su quattro la pensione resta solo un miraggio.
Allargando lo scenario a tutti i giovani, rileva il Censis, il valore
dellassegno pensionistico futuro preoccupa solo il 12%, meno della
perdita del lavoro che spaventa il 46,7% dei giovani. D'altro canto
quasi sette giovani su dieci ignorano a quanto ammonterà la propria
pensione rispetto allultimo stipendio percepito.
Ma come e perchè si è arrivati ad una
situazione del genere?
Secondo il Censis esiste, innanzitutto,
un vincolo di fondo con cui fare i conti, ovvero il fatto che
l'Italia invecchia e rappresenta uno dei Paesi più longevi del
mondo. Fra meno di vent'anni, gli over 64 costituiranno il 26% della
popolazione totale e ci saranno 4 milioni di persone non attive in
più e 2 milioni di attivi in meno. Questo saldo pone di fronte a
difficili problemi di compatibilità, tenuta ed equità del sistema
pensionistico, che non sono stati affrontati a suo tempo con le
riforme delle pensioni degli anni 90, dove si è badato più a
tamponare la situazione a medio termine, piuttosto che a garantire la
sostenibilità finanziaria del lungo periodo. Insomma, il solito
discorso tutto italiano del: Ci penserà qualcun altro.
Secondo il rapporto a fronte di un
tasso di sostituzione del 72,7% (nel 2010) al 2040 i lavoratori
dipendenti godranno di una pensione pari a poco più del 60%
dellultima retribuzione. Andrà decisamente peggio ai lavoratori
autonomi che vedranno ridursi il tasso fino a meno del 40%.
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Che fare dunque?
Secondo l'Amministratore Delegato del Gruppo Unipol, Carlo Cimbri, vista la situazoine attuale e le prospettive future, si rende indispensabile un cambiamento nella ripartizione delle responsabilità tra intervento pubblico e oneri privati, familiari e individuali. Per il Presidente del Censis, Giuseppe De Rita, è necessario: da parte del soggetto pubblico lo sviluppo di ulteriori incentivi fiscali mirati, per offrire ai cittadini migliori opportunità di adesione e sollecitare le imprese a mettere a punto prodotti più efficaci. Senza un deciso shift culturale dei cittadini e un impegno più netto da parte delle istituzioni in termini di incentivazione e promozione sarà impossibile risolvere i problemi del welfare.
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