Da tempo economisti e statistici cercano di trovare nuovi indicatori che vadano oltre l'immagine proposta dal Pil o che lo affianchino per meglio qualificare l'andamento economico di un Paese o di un settore dell'economia. L'ultimo tentativo in tal senso è stato realizzato da Unioncamere e Symbola che hanno dato vita al PIQ, acronimo di Prodotto Interno di Qualità, con l'obiettivo di dare una misura economica ad un fattore difficilmente misurabile come la qualità. La domanda a cui questo indicatore vuole dare risposta è quanta parte di Pil è riconducibile alla qualità e quindi può essere misurata e anche monetizzata. Il PIQ si inserisce in questo punto di analisi e si propone con il suo apporto di aiutare a valutare meglio la situazione dell'economia attuale e delle tendenze in atto.
I calcoli effettuati mostrano per il 2010 un PIQ pari al 46,9% del valore aggiunto prodotto a livello complessivo (PIL), ovvero, in termini assoluti a 441.869 milioni di euro.
Ma come si è arrivati a questo numero?
L'Indagine
mette in luce anche una “convergenza di sistema” verso livelli di qualità più elevati espressi da attività industriali come la chimica, la meccanica i mezzi di trasporto e l'elettronica. A fianco di questi settori con presenze di prodotti di qualità molto significative troviamo le alcune delle eccellenze del Made in Italy, dalla moda agli alimentari, all'arredamento, dove la qualità non manca di certo, sebbene le imprese siano di più piccola dimensione, ma di grande impatto sui mercati internazionali.Analizzando i vari settori dell'attività economiche vediamo che il contributo maggiore al PIQ in termini percentuali è dato dai Servizi con il 64,2%, segue il manifatturiero con il 23,8% e le costruzioni con il 5,9%. Mentre la quota percentuale di qualità maggiore si riscontra nel settore dell'agricoltura, silvicoltura, caccia e pesca con il 56,8%, segue la produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua con il 50,5% e il manifatturiero con il 48,2%.
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