Il problema dell’occupazione femminile non è solo un problema etico, ma anche economico. Un concetto sottolineato anche recentemente dal presidente del consiglio Mario Monti : “le donne (e i giovani) sono risorse sprecate e sottoutilizzate nel nostro paese”.
Che le donne siano ‘sottoutilizzate’ non è solo un’impressione ma anche un’evidenza statistica. Uno studio del World Economic Forum ha disegnato una classifica dei Paesi in base alla parità di genere nel mercato del lavoro. Ebbene, l’Italia è in fondo, al 90esimo posto su 135 Paesi analizzati. Un’anomalia assoluta nel mondo occidentale, soprattutto per un Paese industrializzato. La situazione sfavorevole in cui versano le donne italiane è confermata da un altro dato. In Europa, mediamente, il 79% delle donne laureate ha un’occupazione, in Italia solo il 71%.
La difficoltà delle donne ad accedere al mondo del lavoro denota pesanti ricadute per l’economia. Il motivo non risiede solo nel sottoutilizzo di risorse umane, ma più specificatamente nel sottoutilizzo delle migliori risorse umane. L’Italia perde soprattutto in produttività. Questo perché le donne, in genere, sono più istruite degli uomini, conseguono la laurea in minor tempo e con punteggi più alti (Indagine Ocse 2010). Al lavoro, nonostante il doppio ruolo di casalinghe-lavoratrici, mettono più impegno. Ricordiamo inoltre che secondo un recente studio della Banca d'Italia con un tasso di occupazione femminile del 60% (standard minimo definito dai trattati di Lisbona) il nostro prodotto interno lordo crescerebbe di 7 punti percentuali.
Raggiungere la parità di genere nel mercato del lavoro può essere una soluzione alla crisi. Per adottarla, però, è necessario investire su due fronti. Il primo è quello delle agevolazioni fiscali, da assegnare a quelle aziende che assumono donne. Il secondo è quello dei servizi di conciliazione: le donne possono rilasciare il loro potenziale produttivo solo se lo Stato è loro accanto nei momenti cruciali, come quello della maternità. Essa non dev’essere un peso, e quindi dev’essere incoraggiata con politiche della famiglia e incentivi lavorativi per le donne in gravidanza o in maternità.
In questo senso gli sgravi sull’Irap per le imprese che assumono giovani sotto i 35 anni rappresentano un primo passo in avanti. Ma, ovviamente, non bastano.
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Thomas Hawk
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