E’ un argomento su cui si è speculato parecchio. I videogiochi violenti portano alla violenza chi ci gioca? Il senso comune, specie in quella fascia di persone che non hanno mai tenuto in mano un joypad, è propenso a rispondere affermativamente. Anche i media hanno spesso avvalorato questa credenza: il caso più lampante è il servizio mandato in onda nell’edizione serale del Tg1, nel quale veniva – nemmeno tanto implicitamente – veicolata l’associazione tra la strage di Oslo e la passione per i videogiochi di guerra che coinvolge l’autore della strage, Breivik.
La community di videogiocatori ha sempre respinto con perentorietà questa convinzione sui videogiochi. La necessità di combattere i pregiudizi sul mondo videoludico ha persino spinto alla creazione di associazioni.
Quella più famosa è il Movimento contro la disinformazione sui videogiochi. Chi ha ragione?
Uno studio – recentissimo e unico nel suo genere - dell’Indiana University School of Medicine dà ragione al fronte del ‘no’ ai videogiochi. La conclusione è la seguente: l’uso di videogiochi violenti genera conseguenze a livello cerebrale. In particolare, inibisce le zone deputate all’empatia.
Yang Wang, uno degli autori dello studio, ha dichiarato: “I videogiochi violenti hanno un effetto a lungo termine sul funzionamento cerebrale. Se i giochi vengono utilizzati per lunghi periodi questi cambiamenti potrebbero tradursi in modifiche del comportamento”.
Bruce Batholow, docente al Missiouri College of Arts and Science però frena: “Molti ricercatori hanno sempre creduto che diventare insensibili alla violenza possa causare una maggiore aggressività. Tuttavia, fino ai nostri studi, quest’associazione non è mai stata dimostrata sperimentalmente”.
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