In nessuna regione italiana i livelli di valore aggiunto pro capite nel 2013 torneranno a quelli di prima della crisi (2007). In quattro regioni ( Piemonte, Val d’Aosta, Emilia Romagna e Umbria) il balzo all'indietro di questi anni di recessione è stato così critico che nel prossimo anno non riusciranno nemmeno ad eguagliare i livelli del 1995. È questa la lapidaria immagine che esce dal rapporto sulle “Economie Territoriali e il Terziario di Mercato
” realizzato da Confcommercio.
Il rapporto nel fare le sue previsioni non tiene conto dell'ipotesi che l'Italia esca dal sistema dell'euro, né che vi esca nessun altro Paese, in nessun modo (è esclusa perciò l'ipotesi di un default pilotato). In ogni caso la caduta del Pil quest'anno sarà del 2,2%, con una contrazione forte dei consumi (-2,8%) e degli investimenti (-6,5%), mentre la previsione di crescita zero per il 2013, viene corretta in un decremento del valore dello 0,3%.
Stima, quest'ultima, in linea con quella fatta lo scorso aprile dal Fondo Monetario Internazionale. I consumi reali pro capite, spiega Confcommercio, subiranno quest'anno un calo di una profondità mai prima registrata nella storia economica repubblicana. L'aumento dell'Iva al 23% non fa molta differenza nel medio termine per quanto riguarda la tendenza al ribasso dei consumi, sebbene sia auspicabile, come annunciato anche dal Governo, che la misura entri in vigore il più tardi possibile.
Tra il 2001 e il 2012 il Pil reale pro capite nell'Unione Europea a 27 è cresciuto dell'11,4%, nella zona euro del 7,1%, in Germania del 14,3%, mentre in Italia è diminuito del 4,1%. Ciò significa che lo spread Italia-Germania nel Pil pro capite in euro costanti è passato da 950 euro a favore della Germania fino a 6.100 euro, in questo arco di tempo.
La situazione attuale vede la Lombardia, storica locomotiva del Paese, che da sola pesa più di un quinto del Pil italiano, essere tornata ai livelli del 1995, mentre l'Italia nel suo insieme ha perso un decimo della sua capacità pro capite, tornando ai livelli del 1997.
Il Mezzogiorno permane nel suo stato di criticità, rappresentato dal fatto che a fronte di una quota di popolazione che vi risiede pari al 35% del totale, il Mezzogiorno accoglie il 46% di tutti i disoccupati italiani. Le prospettive di crescita non consentono di ridurre i divari territoriali tra Nord e Sud, data la recessione che ci colpirà almeno fino alla prima parte del 2013 e i consistenti flussi migratori di persone sa Sud verso Nord.
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