Venerdi, 15 Novembre 2019

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Economia: e Se Tornassimo Al Tempo Dei Romani?


Antichi romani, economia, decrescita

Crescita del Pil, consumi, tassi d’interesse, spread… Sono tutti indicatori per misurare la stabilità economica di un paese. Ma siamo sicuri che freddi numeri e calcoli asettici rappresentino il modo migliore per capire se un’economia è di qualità o meno? Sono sufficienti a dare un’idea della condizione in cui versa una società?
Nel suo nuovo libro, “Il limite del bisogno”, Cristiano Viglietti risponde negativamente a queste domande. La sua è un’indagine che affonda le radici nella Roma arcaica, non quella di Cesare o Ottaviano, e nemmeno in quella di Scipione. Bensì in quella di Cincinnato, dei primissimi tempi della Repubblica quando Roma non era stata corrotta dalle sirene ellenistiche di Grecia e Asia.
Cosa hanno a che fare la prima Roma repubblicana e Cincinnato con l’economia moderna?

Cosa ci possono insegnare? Secondo Viglietti, moltissimo. Dalla sua riflessione scaturisce un intreccio tra lo stile dei romani del VI e V secolo a.c. e le teorie della decrescita che stanno prendendo piede in questi cupi tempi di crisi.
Procediamo con ordine. Secondo le teorie della decrescita lo sviluppo economico a lungo termine, costante e inevitabile, non è né possibile né tanto meno auspicabile. Non è possibile perché, come si è visto, insorgono le crisi a bloccare la crescita: crisi cicliche che sarebbero insite nel sistema (talmente insite da produrre pesanti recessioni e spirali negative). Non è auspicabile perché a un aumento del Pil, strumento principe per misurare lo sviluppo economico, non corrisponde un tenore di vita alto dal punto di vista della felicità personale e della genuinità dell’esistenza.

Inoltre, non è auspicabile anche perché uno sviluppo ‘infinito’ porterebbe in breve tempo all’esaurimento delle risorse del pianeta e a un deterioramento ulteriore delle condizioni ambientali. Dunque l’unica soluzione alla crescita è, paradossalmente, decrescere. Ossia diminuire il consumo, il Pil e quant’altro per consumare meno risorse. Vivere con meno per vivere meglio.
Proprio a tale scopo si rivela utile il concetto che gli antichi (anzi antichissimi) Romani avevano dell’economia e, più in generale, della vita. In una società già egemone militarmene (ai tempi di Cincinnato Roma si era estesa in buona parte del Lazio) gli ideali più rispettabili erano quelli della paupertas e del modus. La prima stava a indicare non la povertà, ma bensì la capacità di vivere con poco e dunque la possibilità di produrre lo stretto necessario. Il modus, invece, è il senso del limite. Perseguendo questi ideali, l’antico Romano sfuggiva alla luxuria e guadagnava in honos, ossia in prestigio, onore e rispettabilità. L’insegnamento è il seguente: consumando poche risorse, l’uomo raggiunge la virtù.
Cincinnato è stata l’incarnazione di questo concetto: abbandonato l’aratro (e quindi la vita sobria delle campagne) per salvare l’Urbe, prese la porpora, fu nominato dittatore, sconfisse i nemici e infine, terminati i suoi compiti, tornò a fare a il contadino. Lontano dalle sirene della città, lontano da un tenore di vita eccessivo.
Viglietti prende a esempio Cincinnato per dimostrare che una (anche) drastica riduzione dei consumi e l’abbandono dei bisogni superflui non rappresenterebbe un passo indietro, bensì un passo in avanti nel modo d’intendere la vita e il ruolo dell’uomo.
Il filosofo Maurizio Bettini è rimasto colpito dall’interpretazioni di Viglietti. E tra le righe della recensione al libro, rilancia: “E se prendessimo esempio dai romani?”

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