La Manovra “Salva-Italia”, ormai lo sanno pure i sassi, trae la sua forza nella riforma radicale delle pensioni. Tralasciando ogni discorso tecnico, è d’uopo fare qualche considerazione sulle conseguenze. Non sulle conseguenze economiche, trattate e riprese più volte e in più sedi, ma su quelle psicologiche e sociali. Già, perché i sacrifici chiesti da Mario Monti per evitare il baratro alla nazione tutta non riguardano solo portafogli e conti in banca, ma anche la stabilità mentale degli italiani. Riguardano le dinamiche sociali all’interno del nucleo familiare, allargato non al cerchio ristretto genitori-figli, ma a quello più ampio di nonni-nipoti.
La Repubblica ha pubblicato un inserto nel quale ha trattato questa tematica con l’ausilio di esperti, chiamando in causa alcuni tra le ‘vittime’ del nuovo sistema pensionistico.
Elencare le tipologie degli interessati è compito lungo e arduo (sono troppe le categorie coinvolte). Ne basti una sola per tutte: quella dei lavoratori classe 1952. L’anno della beffa: proprio i nati del ‘52 dovranno ‘subire’ cinque anni in più di lavoro. E pensare che, secondo la vecchia legge, sarebbero andati in pensione nel 2012!
Ettore Livini ha descritto bene il loro stato d’animo: “C’è chi sognava la briscola al bar del paese, chi il pomeriggio al parco con i nipotini, chi le gite con gli amici in bicicletta. Tutto cancellato il 4 dicembre, quando si sono resi conto che invece della pensione anticipata li aspettava un futuro da lavoratori maturo”. Già da queste parole si evince la portata del dramma. Dramma la cui esistenza è corroborata da alcune evidenze scientifiche, a tal punto che Massimo Livi Bacci, docente di Demografia all’Università di Firenze parla di “un cambio di prospettiva che può portare a conseguenze anche gravi”.
Ma allora da cosa dipendono le conseguenze ‘anche gravi’? Essenzialmente da un deficit di preparazione. All’innalzamento dell’età pensionabile non sono pronti né – ovviamente – i lavoratori che credevano di stare per andare in pensione, né lo Stato, né la società. Lo Stato non è pronto perché non ha in serbo nessun programma di formazione per gli ultrasessantenni, che invece è necessario ed è già a regime in molti paesi. Perché, come rileva Pietro Garibaldi, professore di Economia all’Università di Torino, “l’apice della produttiva è tra i 50 ai 60 anni, dopo si scende e pure in fretta”. L’unico rimedio è il continuo aggiornamento, pratica che aziende e pubblica amministrazione non prendono in considerazione.
Non è preparata nemmeno la famiglia. Molti assetti attuali si basano, infatti, sul fatto che la pensione è un traguardo da oltrepassare verso i sessanta, se non prima. E allora molte coppie mettono su famiglia col presupposto che i genitori, prossimi all’uscita dal lavoro, siano pronti per fare i nonni. Il sociologo Mario Barzagli, ha paventato “il rischio che a questo punto le giovani coppie aspettino l’età della pensione dei genitori per mettere al mondo un bambino, con tutti i problemi che ne conseguono”.
Una categoria, però, è preparata. Sono tutti quei giovani che, ormai da molto tempo, hanno capito che dovranno rimboccarsi le maniche almeno fino a 70 anni.
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