Venerdi, 15 Novembre 2019

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Soft Power: l’Occidente Influenza Ancora il Mondo con la Propria Cultura e lo Stile di Vita


Capitan America, Occidente, soft power, cultura

C’è chi dice in giro che lo scettro è passato di mano. Non sono più gli Stati Uniti e l’Europa a "guidare" il mondo, ma i paesi emergenti, in primis la Cina. Un avvicendamento epocale, come epocale fu il passaggio d’insegne da Regno Unito agli Stati Uniti nella prima metà del Novecento, o ancora quello tra Impero Spagnolo e Impero Britannico qualche secolo prima.
Pil, reddito pro capite, riserva valutaria…. Sono tutti indici che disegnano un Occidente in affanno, col fiato della Cina sul collo. A dimostrazione di ciò è la richiesta d’intervento del Dragone per mettere una pezza alla crisi finanziaria che colpisce il Vecchio Continente.
Fin qui l’economia. Ma il ‘dominio sul mondo’ è assicurabile con la sola forza del denaro? La risposta è No.

 Non lo era prima, non lo è a maggior ragione oggi, in pieno XXI secolo, epoca dominata dalla comunicazione, dalla pubblicità, dall’interconnessione tra gente di nazionalità diversa. Entra in gioco un potere, forse superiore a qualsiasi altro: il soft power, la capacità di influenzare i popoli attraverso la forza della propria cultura, del proprio stile di vita, della propria espressione artistica.
A soft power l’Occidente è messo bene, anzi benissimo. Lo rileva una ricerca di Monocle, famoso Magazine londinese. Questa ha messo in classifica i 100 paesi con ‘più soft power’. La gerarchia è quella a cui eravamo abituati fino a qualche anno fa con Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone in testa, Cina e resto dei BRIC (Brasile, India, Russia) in ombra.
I criteri con cui è stata stilata la graduatoria, come scrive Enrico Franceschini, corrispondente da Londra per Repubblica, comprendono “la ricchezza della cultura, le innovazioni tecnologiche, le pubblicazioni scientifiche, i premi Oscar e i premi Nobel, la qualità dell'istruzione accademica e scolastica, i siti protetti dell'Unesco, i musei, la hit parade musicale, le medaglie d'oro olimpiche, ma anche il numero delle Ong, gli aiuti economici, umanitari e culturali dati all'estero, le produzioni televisive”

Il mondo insomma ragiona ancora a stelle-e-strisce. E’ una cosa che si capisce a occhio: la forza dei marchi che gli Stati Uniti riescono a esprimere è tuttora impressionante. Pensi a ‘cinema’ e dici Hollywood, pensi a bevanda e dici Coca Cola. La stessa cosa con il Giappone, per altri prodotti, ovviamente. Anche la Gran Bretagna dal canto suo ha colonizzato una fetta di mondo, con la musica, con l’inglese.
La Cina arranca al 20esimo posto. Il Brasile è fermo al 21esimo. India e Russia sono ancora più giù, rispettivamente al 27esimo e al 28esimo posto. Tutte dietro a piccole nazioni, tutte occidentali: Austria, Belgio, persino la Nuova Zelanda. Evidentemente i BRIC non sono così appetibili, hanno denaro, un’economia in piena crescita, ma non hanno ancora le redini di quello che forse conta davvero: la cultura, motore del mondo.
C’è però chi ha fatto peggio: i paesi arabi. In classifica nemmeno uno, eccetto Turchia e Israele, che sono arabi solo alla lontana (la Turchia è praticamente in Europa, Isreale è di cultura occidentale).
E l’Italia? Siamo altini, ma non abbastanza. Anzi, rispetto alla nostra storia e alla nostra ‘potenza di fuoco’ turistica siamo piuttosto bassi in classifica: solo sedicesimi. I motivi sono semplici da rintracciare: siamo anche noi un paese colonizzato dall’industria culturale americana e inglese. Ascoltiamo musica anglosassone, guardiamo fim anglosassoni. I cartoni animati che guardano i nostri bambini sono spesso giapponesi.
Ma l’Occidente tiene, è questo l’importante.
 

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