Maturi e pentiti: questo è il quadro che descrive la situazione dei giovani diplomati in Italia, o almeno della metà di questi L’indagine è stata commissionata dal consorzio universitario Almalaurea
e ha coinvolto 30 mila diplomati nell’anno scolastico conclusosi a giugno 2011. I risultati invitano a riflettere: il 46% dei ragazzi, tornando indietro, non ripercorrerebbe la stessa carriera scolastica. La percentuale più alta di pentiti è tra gli studenti del liceo classico. Alla base di tale ripensamento emerge soprattutto la volontà di ricevere una preparazione più tecnica e mirata al mondo del lavoro e meno teorica (la pensa così ben il 25,3% dei ragazzi intervistati).
Il dato non è di poco conto: la scelta della scuola superiore prima, e della facoltà universitaria poi, risultano determinanti per dare un’impronta al proprio futuro, soprattutto (ma non solo) dal punto di vista professionale. Perché dal lavoro svolto possono dipendere gli ambienti che si frequentano, gli interessi che si coltivano etc. Ciò non deve pesare come una condanna sicuramente ma serve a riflettere sull’importanza cruciale di questa scelta.
Il tasso di disoccupazione tra i diplomati resta comunque molto alto e a un anno dal diploma coinvolge 33 diplomati su cento; una quota significativa, che si riduce lievemente tra i liceali (28%) ma che raggiunge addirittura il 40% dei diplomati professionali. Inoltre quasi il 40% dei giovani che lavorano ammettono di non sfruttare in campo professionale alcuna competenza acquisita con lo studio. E dal punto di vista della retribuzione la situazione non è di certo più soddisfacente: in media la paga ad un anno dal diploma non supera i mille euro e anche dopo tre anni circa non subisce incrementi rilevanti rispetto al potere d’acquisto.
Anche nella scelta della facoltà universitaria emerge un’attenzione, non solo alle propensioni personali ma anche e soprattutto, ai possibili sbocchi professionali. I corsi di laurea di indirizzo scientifico sono i più gettonati: vi si iscrive un ragazzo su cinque. Perdono terreno invece le facoltà umanistiche. Ma evidentemente si tratta di una scelta in molti casi forzata visto e considerato che il 6% abbandona l’università entro la fine del primo anno accademico.
Da un lato non bisogna sminuire la carriera scolastica ad una fabbrica di lavoratori: la cultura è infatti un tesoro da coltivare anche in ambito privato. Resta però innegabile che una scuola e un’università che non sono in grado di formare figure professionali hanno fallito nel loro compito.
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