Il turismo italiano sta facendo i conti con la crisi e il crollo dei consumi. Secondo l'indagine estiva della Fipe (Federazione Italiana dei pubblici esercizi), mentre si vedono segnali di ripresa dai Paesi extra-UE, si osserva un forte rallentamento dei consumi interni. Il turismo degli italiani sta tornando quello di 15 anni fa.
In generale il numero degli arrivi con pernottamento è rimasto sui livelli dello scorso anno, grazie alla presenza degli stranieri e ciò nonostante le giornate di presenza sono calate dell'8,2%. La spesa invece è calata di circa 2 punti percentuali. Ma a preoccupare è soprattutto il turismo degli italiani che rappresenta il 70% dei flussi turistici del Paese.
Secondo i dati presentati negli ultimi 5 anni per colpa della crisi gli italiani hanno rinunciato a 41 milioni di viaggi e di 195 milioni di notti di vacanze.
Il numero medio di residenti che viaggia per vacanza è scesi di 4,5 milioni a trimestre, tanto che per trovare la stessa propensione a viaggiare per motivi di vacanza occorre tornare al 1998, ovvero a 15 anni fa. La contrazione ha colpito trasversalmente le famiglie italiane, ma in particolar modo quelle più giovani.
Dall'altra parte la Fipe sottolinea che il turismo italiano soffre anche per tre ragioni di carattere più strutturale. I troppi italiani (circa 6 su 10) che non fanno neppure un giorno di vacanza; il fatto che la propensione a fare vacanze per alcune categorie sociali (operai, lavoratori in proprio, pensionati) e per gli anziani sta tornando ai livelli degli anni '90; la stagionalità della domanda aumenta invece che scendere.
La crisi non ha risparmiato nessuna area del Paese, ma si è manifestata e continua a farlo con una certa veemenza soprattutto nel Mezzogiorno. Qui la quota trimestrale di coloro che viaggiano per vacanza è in media del 12,2% contro il 26,1% del Nord e il 23,6% del centro.
Inoltre la contrazione non ha risparmiato nemmeno i diversi periodo dell'anno, con segni più evidenti nei cosiddetti periodi fuori stagione. La conseguenza è stata, come detto, un aumento della stagionalità.
Rispetto al 1998 la quota di viaggi di vacanza che aveva una durata compresa tra una e tre notti è scesa dal 52% al 45%. Di conseguenza è aumentata l'incidenza delle vacanze più lunghe come avveniva sul modello degli anni '70.
L'arretramento della destagionalizzazione, che si sta registrando, ha numerose implicazioni negative, spiega l'indagine
, a partire da quello occupazionali, passando per la tenuta dei conti delle aziende, fino al livello dei prezzi dei servizi turistici.- Spiagge: gli Interessi di Pochi Pregiudicano il Bene Comune
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