Il Cloud computing è la tecnologia del presente e del prossimo futuro. Le previsioni annunciano che entro il 2015 il cloud computing porterà 14 milioni di posti di lavoro, mentre l'aumento delle informazioni digitali presenti sulla nuvola crescerà di 50 volte al 2020 con investimenti annunciati per 500 miliardi di dollari. Al di là degli aspetti di business e occupazionali, le cui prospettive sono più che rosee, è interessante notare l'impatto ambientale di questa tecnologia. A porsi la domanda su quanto sia pulita la nuvola è stata Greenpeace nel rapporto “How clean is your cloud?”, in cui è stato analizzato l'impatto ambientale di 14 delle maggiori imprese dell'information technology .
Nello specifico è stato analizzato l'impatto ambientale dei data center di queste aziende, guardando la percentuale di quelli alimentati da energie pulite.
Greenpeace spiega che le aziende high tech hanno compiuto negli ultimi anni passi avanti sul fronte dell'efficienza energetica dei propri data center, ma la crescita del cloud computing ha causato un aumento di consumi tale da annullare il risparmio energetico garantito dall'aumento dell'efficienza. La soluzione a questo problema è per la Ong quella di puntare sulle energie pulite, carta che troppo spesso non viene giocata dalle aziende dell'IT che, spesso finiscono per puntare su fonti sporche o pericolose come il carbone e il nucleare.
Amazon, Apple e Microsoft stanno sviluppando il loro Business sulla nuvola, espandendosi rapidamente e senza alcuna attenzione alle fonti energetiche utilizzate e di fatto alimentano i loro data center con fonti sporche. Yahoo e Google continuano a dare priorità alle fonti rinnovabili per l'espansione del loro clouf computing e sono entrambe diventate più attive nel sostenere investimenti in energie pulite. Facebook, sottolinea il rapporto, ha recentemente preso l'impegno di alimentare la sua piattaforma con rinnovabili e sembra voler mantenere la promessa, tanto che il prossimo data center sarà costruito in Svezia e alimentato da rinnovabili.
Per misurare in maniera più precisa le compagnie Greenpeace ha creato un indicatore sintetico, il Clean Energy Index (CEI), calcolato sulla base della domanda elettrica degli impianti e della percentuale di energia rinnovabile utilizzata da essi. La classifica dell'impatto ambientale della nuvola nell'ordine Yahoo! (56,4%), Dell (56,3%), Google (39,4%), Facebook (36,4%), Rackspace (23,6%), Twitter (21,3%), HP (19,4%), Apple (15,3%), Microsoft (13,9%), Amazon Web Services (13,5%), IBM (12,1%), Oracle (7,1%) e Salesforce (4,0%). La quattordicesima azienda presa in considerazione è Akamai, al quale Greenpeace non è riuscita ad applicare le metodologie utilizzate per le stime di questo studio, ma è anche l'unica compagnia a riferire in modo trasparente il suo indice di Carbon Utilization Effectiveness (CUE), sia su scala globale che regionale.
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