Lunedi, 9 Dicembre 2019

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FUGA DI CERVELLI: DETASSAZIONE DEL REDDITO PER CHI DECIDE DI TORNARE A LAVORARE IN ITALIA


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Via libera dal Senato al disegno di legge che prova a bloccare la fuga di cervelli dal nostro Paese, che è così diventato legge dello Stato. Con questa misura che prevede delle agevolazioni fiscali per agevolare il rientro di lavoratori che si sono trasferiti all'estero, il nostro Paese prova a colmare alcune lacune croniche che in passato hanno favorito la fuga di lavoratori verso Stati che offrono maggiori opportunità. Sostanzialmente la legge offre un credito di imposta fino a 25mila euro l'anno per un massimo di tre annualità (fino al 2013), per i lavoratori under 40 laureati e residenti nell'Unione Europea che vogliono tornare a lavorare in Italia. Gli uomini potranno godere di una detassazione del reddito imponibile pari al 20%, mentre le donne al 30%. Benefici che però decadranno se il lavoratore non rimarrà in Italia per almeno cinque anni.
Una soluzione interessante che proverà a fermare l'emorragia di giovani laureati che preferiscono l'estero al Belpaese come meta per cercare di crearsi una carriera lavorativa. Secondo alcune stime sulla base dei dati dell'Aire (l'anagrafe degli italiani residenti all'estero) circa il 2,3% dei laureati italiani lavora all'estero, contro lo 0,30% degli stranieri che lavorano in Italia. La metà preferita degli Italiani è la Francia che accoglie l'1,10% dei nostro laureati, seguita dal Regno Unito (0,80%) e dalla Germania (0,60%). Se si fa riferimento al solo settore scientifico, secondo i dati pubblicati dall'istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo, Ceris, del CNR il numero di ricercatori italiani è pari a 8,43 unità su 1000 lavoratori, contro una media UE a 27 di quasi 10 (9,97). In questo caso l'Italia paga il cronico ritardo per quanto riguarda le attività di ricerca e sviluppo, sebbene le ultime statistiche disponibili (2008) riferiscono di una crescita della ricerca del 3% in termini reali, con una crescita dei ricercatori del 4%.

 


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La quota di Pil coperta dalle attività di ricerca e sviluppo è pari all'1,23%, ovvero circa  19,304 miliardi di euro, di cui il 55,5% investiti dal settore privato. Si tratta di una cifra comunque troppo bassa che dovrà essere aumentata  così come dovrà essere modificato anche il modo di fare impresa in Italia, che risulta storicamente troppo conservativo e poco incline all'innovazione. Solo così si potrà aumentare la quota di coloro che ritornano stabilmente in Italia o che preferiscono rimanervi dopo aver completato il piano di stufi.
In chiusura ricordiamo che secondo la Cgil negli ultimi trent'anni l’andamento della quota di investimenti in rapporto ai profitti, dell’intera economia, ha segnato una caduta del 38,7%. Il risultato è che la produttività reale delle imprese italiane sia cresciuta solamente dell'1,8% negli ultimi quindici anni contro contro un valore compreso tra il 25% e il 32%, di quelle di Francia Regno Unito e Germania. (i tre Stati che attraggono maggiormente i nostro lavoratori laureati).

 

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Si ringrazia l'utente Argonne National LaboratoryArgonne
National Laboratory di flickr per l'immagine


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