Domenica, 15 Dicembre 2019

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Professionisti Poco Autonomi e Mal Pagati: Quasi Uno su Due Guadagna Meno di 15 Mila Euro l'Anno


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Secondo la ricerca condotta dalla CGIL : “Professionisti: a quali condizioni?” la condizione lavorativa dei lavoratori autonomi italiani, che ammontano a ben 5 milioni, non verte in una situazione florida dal punto di vista dei redditi e soprattutto il loro business si è rivelato piuttosto discontinuo durante gli ultimi anni.
Quasi la metà dei lavoratori infatti, ovvero il 44,6%, nel corso del 2009 ha ottenuto un reddito netto inferiore ai 15 mila euro e ben il 23% ha guadagnato una cifra inferiore ai 10 mila euro annui. La percentuale dei lavoratori con reddito compreso tra i 15 mila e i 20 mila euro è risultata, invece pari al 17%, quella tra i 20 mila ed i 30 mila euro annui pari al 18,5%, mentre i redditi più elevati, ovvero quelli superiori a 30 mila euro annui, sono stati il 17,2% del totale.
Significative le differenze di reddito per quanto riguarda le diverse aree professionali: la fascia di reddito più bassa, ovvero quella inferiore ai 10 mila euro euro annui, interessa ben il 40,8% dei professionisti operanti nell’ambito della cultura e dello spettacolo, seguita da quelli operanti nell’area dell’informazione e dell’editoria con il 35,4% e da quelli dell’area giuridica con 30,9%. Il 30% della categoria di lavoratori comprendente operai, artigiani invece ha dei redditi inferiori ai 10 mila euro.
Nella fascia di reddito più alta, dunque quella con redditi annui superiori ai 30 mila euro, si colloca il 24% dei professionisti dell’area economica, seguiti dall’area gestionale ed amministrativa (22,2%), dall’area tecnica (21,3%), dall’area socio-sanitaria ed assistenziale e dall’area giuridica con il 19,4% .
Ben il 61,4% degli intervistati, inoltre, ha dichiarato che nel corso degli ultimi 5 anni si sono alternati periodi di lavoro a periodi di inattività, quindi anche prima della crisi economica. Da questo punto di vista, ben l’88,3% dei lavoratori del settore cultura e spettacolo ha dichiarato di aver lavorato ad intermittenza negli ultimi anni, a seguire docenti ed educatori (76,7%) ed interpreti e traduttori (70,6%). A lavorare con maggiore continuità sono stati invece i ricercatori (il 76,2% ha dichiarato di aver lavorato con continuità negli ultimi 5 anni), seguiti dai professionisti dell’area economica con il 63,9%.
Di questi lavoratori, inoltre, circa un terzo versa i contributi alla gestione separata all’Inps, mentre il 14% non ha alcun contributo pensionistico.


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Per quasi la metà degli intervistati (il 48,1%) il futuro dal punto di vista previdenziale è caratterizzato da grande incertezza.
La discontinuità dei redditi, inoltre, fa si che ben 6 lavoratori su 10 si dichiarino pronti a versare una quota contributiva pur di potersi garantire un’indennità di disoccupazione.
Un altro aspetto interessante per quanto riguarda la condizione lavorativa dei lavoratori riguarda l’effettiva scelta della loro posizione: lo status di lavoratore autonomo è per il 46,6% l’unico modo di lavorare nel mercato, dunque una necessità. Percentuale a cui si aggiunge l’8,5% che ha dichiarato che il proprio datore di lavoro ha richiesto esplicitamente questa formula per poter svolgere la professione.
Discontinuità ed incertezza del futuro, soprattutto dal punto di vista pensionistico, caratterizzano dunque la condizione dei lavoratori autonomi italiani, anche se gli stessi intervistati hanno evidenziato anche degli aspetti positivi, quali ad esempio la possibilità di gestire in maniera flessibile il lavoro e di avere maggiori opportunità di crescita rispetto al lavoro dipendente.

  [Via: CgilCgil ]


 
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