Lunedi, 18 Giugno 2018

Riflessioni

Crescono gli Investimenti in Energie Rinnovabili, l'Italia è Seconda in Europa e Quarta Nel Mondo

windenergy3103.gifCrescono, a livello globale, gli investimenti in energie rinnovabili. È quanto emerge in maniera inequivocabile dal rapporto di The Pew Charitable TrustsThe
Pew Charitable Trusts.
Nell’arco dell’intero anno 2010, l’ammontare complessivo degli investimenti in fonti energetiche rinnovabili nel mondo ha raggiunto ben 243 miliardi di dollari, con una percentuale di crescita corrispondente al 30% rispetto all’anno 2009.
Al primo posto per quanto riguarda la classifica delle nazioni che hanno investito di più in energie alternative vi è la Cina, con 54,4 miliardi di dollari investiti nell’arco del 2010, una somma che corrisponde ad un incremento pari al 39% rispetto all’anno precedente.
Al secondo posto si colloca la Germania, con investimenti complessivi nel 2010 per 41,2 miliardi di dollari, mentre scendono al terzo posto gli Stati Uniti, con 34 miliardi di dollari investiti nell’anno, dopo essere stati al vertice della graduatoria fino al 2008.
Il calo più netto degli investimenti è tuttavia quello del Regno Unito, passanto dal 5° al 13° posto, mentre compare per la prima volta tra le prime dieci posizioni anche l’india, con investimenti per 4 miliardi di dollari nel 2010, con una crescita annuale del 25%.
Italia occupa una posizione di rilievo per quanto riguarda gli investimenti in energie alternative: The Pew Charitable Trusts calcola infatti che nel nostro paese si siano effettuati degli investimenti nel settore per 13,9 miliardi di dollari, tali da collocare così l’Italia al secondo posto in Europa, immediatamente dopo la Germania.
Quanto alle differenti tipologie di fonti rinnovabili, l'energia eolica, spiega il rapporto, ha continuato ad essere la favorita dagli investitori con complessivamente 95 miliardi di dollari. Tuttavia il settore che ha registrato la crescita più significativa è stato il solare, con investimenti in crescita del 53% a 79 miliardi di dollari e più di 17 GW di nuova potenza installata.

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Prima dei Tagli Alle Rinnovabili, Rivedere gli Sconti d'Imposta su Energia e Carburanti

aeroporto3103.gifL'Autorità per l'energia elettrica e il gas, nel dare notizia dei prossimi aumenti di luce e gas ha ribadito, per l'ennesima volta che gran parte dei rincari relativi all'energia elettrica dipendono dagli incentivi alle fonti rinnovabili. Nello specifico l'Autorità ha indicato che l'aumento del 3,9% della bolletta della luce è determinato per il 3% dal peso dei meccanismi di incentivazione alle rinnovabili, mentre il rimanente 0,9% dall'incremento delle quotazioni delle materi prime energetiche.
Su questo punto è intervenuto anche il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini che ha voluto fare un po' di chiarezza sulle cifre in gioco. Nello specifico Guerrini ha sottolineato che : “ Gli incentivi a fonti rinnovabili come il fotovoltaico costano ai cittadini molto meno di altre forme di finanziamento in campo energetico”. In concreto nel 2010 – ha proseguito Guerrini- il fotovoltaico è stato finanziato con 826 milioni di euro, pari ad un quinto delle somme prelevate dalle bollette elettriche degli italiani attraverso la componente A3. Incentivi che però hanno permesso la nascita di 85mila imprese e 150mila posti di lavoro: “ a differenza di altre forme di agevolazione ben più costose che di fatto si traducono in meri sussidi senza generare né sviluppo né occupazione”.
Per cui- continua il presidente di Confcommercio – “se il vero obiettivo dello stop agli incentivi alle energie rinnovabili è quello di razionalizzare e risparmiare risorse pubbliche allora bisognerebbe ripensare anche gli sconti d’imposta su energia elettrica e carburanti di cui godono alcuni settori in Italia e che valgono 3,315 miliardi di euro l’anno di minor gettito nelle casse dello Stato”.
Un discorso che non fa una piega dal punto di vista logico e pone seri dubbi sul fatto che le dichiarazioni continue sull'eccessivo peso delle rinnovabili abbiano come fine quello di voler smorzare l'enorme successo del settore, per favorire altre  scelte strategiche dal punto di vista energetico, oppure grandi aziende del settore.
Del resto abbiamo visto come secondo l'analisi di Asso Energie Future e di Grid Parity Project
l'intero settore delle rinnovabili nel 2010 sia costato "solo" 24,5 euro annui annui a famiglia, una cifra di sicuro non impossibile da sostenere soprattutto tagliando altri costi come gli incentivi agli impianti Cip6 e i costi per lo smaltimento delle vecchie centrali nucleari.
L'Ufficio studi di Confartigianato, per non lasciare nulla al caso ha analizzato voce per voce le 29 agevolazioni in vigore in materia di accise su energia e carburanti. Nella classifica dei settori che beneficiano delle agevolazioni , in testa troviamo il  trasporto aereo con 1,614 miliardi di euro di sconti sulle accise dei carburanti.

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IL WWF SMONTA QUATTRO MITI PRO NUCLEARE E IPOTIZZA UN FUTURO TOTALMENTE RINNOVABILE

nukacola1703.gifNei giorni scorsi abbiamo visto un'interessante soluzione per stoccare l'energia in eccesso prodotta dalle fonti rinnovabili, sottolineando per l'ennesima volta come il nucleare non rappresenti per il nostro Paese una scelta percorribile. Su questo tema è intervenuto anche il WWF che ha voluto dire la sua sulla scelta italiana di ritornare a percorrere la via del nucleare, a pochi giorni dal dramma di Fukushima Daiichi, in Giappone. Dopo avere definito con l'appellativo di “Cinismo Disinformato” le dichiarazioni di alcuni nuclearisti (di Governo e non) che ribadiscono la scelta nucleare per il futuro energetico dell'Italia, l'associazione ha cercato (con successo) di smontare quattro assunti che riguardano il tema del nucleare e i possibili rischi/benefici per il nostro Paese.
In primo luogo, spiega il WWF, il rischio tsunami, responsabile di gran parte dei malfunzionamenti della Centrale di Fukushima Daiichi, non è da escludere per l'Italia (e per il Mediterraneo in generale). Infatti, nel 1908 un devastante terremoto ha distrutto Messina, provocando uno tsunami con onde alte fino a 12 metri, per cui centrali posizionate lungo le coste potrebbero incorrere negli stessi problemi della centrale giapponese. Ovviamente, come abbiamo avuto modo di sostenere anche noi, si tratta di eventi piuttosto rari, ma che vanno considerati soprattutto quando i rischi sono così tremendi.
Il Wwf poi sostiene che la sicurezza delle nuove centrali non è un fatto certo, visto che il reattore Epr è ancora un prototipo e non ha ancora risolto questioni fondamentali di sicurezza come, peraltro hanno rilevato le Autorità per la sicurezza nucleare di Francia, Gran Bretagna e Finlandia.
All'obiezione di qualcuno che l'Italia importa comunque energia nucleare a segno che non possiamo farne a meno, l'associazione replica che si tratta solamente di una questione di convenienza legata alle modalità di produzione dell'energia. Infatti, spiega il WWF, le compagnie elettriche non possono spegnere le centrali di notte e dunque vendono energia a basso costo.
Sul tema forse più forte portato dai nuclearisti, ovvero la necessità per l'Italia di un'indipendenza energetica, il Wwf ribadisce che esistono alternative che possono rendere indipendente il nostro Paese anche senza dover ricorrere al nucleare. Secondo l'associazione l'Italia guardando solo i numeri non ha bisogno del nucleare, visto che già oggi contra di una potenza installata di oltre 105mila MW, quando il picco dei consumi ha superato di poco i 50mila MW e il trend della domanda energetica italiana non risulta in crescita (quantomeno fino ad una ripresa industriale forte).

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IL MEDITERRANEO È UN MARE DI PLASTICA IN CUI GALLEGGIANO 500 MILA TONNELLATE DI RIFIUTI

plasticapesce0903.gifNel Mar Mediterraneo galleggiano circa 500mila tonnellate di rifiuti in plastica, con in media 115mila frammenti per KM2, una concentrazione che supera quella delle isole spazzatura dell'Atlantico e del Pacifico. É questo il dato che merge dal rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marinoL’impatto
della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino” realizzato, su richiesta di Legambiente, da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna.
Il rapporto sintetizza i principali studi scientifici sull’inquinamento da plastica in mare, ed e particolarmente importante per l'Italia, vista la posizione geografica della penisola e il fatto che risulta la prima nazione per consumo di sacchetti di plastica “usa e getta”.
Un problema da non sottovalutare visto che, secondo quanto riporta Legambiente, la plastica rappresenta il principale rifiuto rinvenuto nei mari poiché costituisce dal 60% all’80% del totale dell’immondizia trovata nelle acque. Livelli che arrivano fino al 90-95% in alcune aree e che anche nei mari italiani risultano elevati. Anzi in base agli esiti di International Coastal Cleanup, tra il 2002 e il 2006 i sacchetti di plastica sono risultati il quarto rifiuto più abbondante dopo sigarette, mozziconi e bottiglie nel mar Mediterraneo. Mentre secondo un monitoraggio effettuato dall’Arpa Toscana nell’arcipelago toscano, in una sola ora sono stati prelevati dai pescatori con reti a strascico 4 kg di rifiuti, di cui il 73% costituito da materiale plastico, (soprattutto sacchetti). Anche secondo l’Istituto francese di ricerca sullo sfruttamento del mare e l’Università belga di Liegi, il mar Tirreno rappresenta uno dei punti del Mar Mediterraneo, maggiormente inquinati, visto che la concentrazione di frammenti di plastica è superiore alla media di 7,75 volte (892 mila frammenti per km2 contro 115 mila), soprattutto nella zona a largo dell'Isola d'Elba. Ma non molto meglio va in Francia, dove il risultato di tre campagne oceanografiche effettuate nel 1994-1995-1996 sulla ha portato alla luce che il 70% dei rifiuti rinvenuti in mare erano sacchetti di plastica.
Il problema dei rifiuti plastici nei mari riguarda da vicino anche gli oceani, visto che rileva il rapporto, nei pressi del Cile l’87% di tutti i rifiuti galleggianti è di plastica, metà dei quali sono sacchetti. E sempre a proposito di Oceano Pacifico, le analisi dei dati tra il 2002 e il 2005 hanno rivelato che, in Giappone il 76% del totale dei rifiuti erano in plastica, in Corea il dato è stato del 53%.

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LA GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI IN EUROPA: SOLO IL 24% VIENE RICICLATO

riciclaggio0803.gifNell'Unione Europea (a 27 paesi) sono stati prodotti nel 2009 in media 513 kg di rifiuti urbani a persona, con all'estremo, da un lato i 316 kg della Repubblica Ceca e dall'altro gli 833 kg della Danimarca. Queste dati derivano dall'ultimo rapporto Eurostat sulla gestione dei rifiuti urbani nell'Unione Europea. Si ricorda che vengono considerati rifiuti urbani, i rifiuti prodotti dalle famiglie, ma anche quelli dalle piccole imprese se simili (ad esempio le famiglie produttrici), mentre non sono considerati tali i rifiuti provenienti da agricoltura ed industria.
Secondo l'ufficio statistico in media sono stati trattati 504 kg di rifiuti urbani a persona, di cui il 38% è stato portato in discarica, il 20% incenerito, il 24% riciclato e il 18% sottoposto al processo di compostaggio.
La quantità di rifiuti urbani generata varia notevolmente tra gli Stati Membri. Al vertice, come detto, troviamo la Danimarca, seguita da Cipro con 778 kg di rifiuti a persona, dall'Irlanda con 742 kg, dal Lussemburgo con 707 kg, da Malta con 647 kg e dai Paesi Bassi con 616 kg.
Austria (591 kg), Germania (587 kg), Spagna (547 kg), Italia (541 kg), Francia (536 kg) e Regno Unito (529 kg), producono una quantità di rifiuti urbani per persona compresa tra i 500 e i 600 kg all'anno. Mentre  Belgio (491 kg), Portogallo (488 kg), Svezia (485 kg), Finlandia (481 kg), Grecia (478 kg), Bulgaria (468 kg), Slovenia (449 kg) e Ungheria (430 kg) si attestano ad un livello di rifiuti urbani compreso tra i 400 e i 500 kg a persona.
Valori al di sotto dei 400 kg a persona si sono registrati oltre che in Repubblica Ceca, in Polonia (316 kg), Lettonia (333 kg), Slovacchia (339 kg), Estonia (346 kg), Lituania (360 kg) e Romania (396 kg).
Per quanto riguarda le modalità di trattamento dei rifiuti gli stati membri con la più alta quota di rifiuti urbani smaltiti in discarica sono stati la Bulgaria (100% dei rifiuti trattati), la Romania (99%), Malta (96%), Lituania (95%) e Lettonia (92%).
Le percentuali più elevate di rifiuti urbani inceneriti si sono registrate invece, in Svezia (49% dei rifiuti trattati), in Danimarca (48%), nei Paesi Bassi (39%), in Lussemburgo (36%), in Belgio (35%), in Germania e in Francia (34%). Mentre in dieci stati membri la pratica dell'incenerimento ha riguardato poco meno dell'1% del totale dei rifiuti trattati.

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